venerdì 18 gennaio 2013

Preparazione per un nuovo Viaggio

Torniamo dallo Sri Lanka il 7 di febbraio 2012 e atterriamo a Malpensa in una gelida sera, quando ancora la città brulica di traffico.
Dai finestrini dell'aereo osservo con sconforto i cumuli di neve ai bordi della pista e rabbrividisco pensando che questa è la realtà che ci aspetta. 
Stare lontani anche solo per un mese insegna quanto è duro ritornare e quanto sarebbe perfetto non tornare più, ma ancora non è tempo di abbandonare il freddo che ci aspetta.
L'abbronzatura e i tratti rilassati del viso sono effimeri, tempo quindici giorni e tutto rientra, ma ciò che rimane nell'anima avrà tempo di crescere e di fortificarsi per non andarsene mai più.
I viaggi sono arricchimento per gli occhi e per la mente e aiutano ad affrontare quello che di brutto la vita ci presenta ogni giorno.
I viaggi sono il più duraturo investimento che si può fare, costano soldi e fatica ma sanno ripagare con gli interessi e soprattutto con una moneta che non ha eguali.
La naturale tendenza al viaggio e alla ricerca di cose non conosciute immagino sia una caratteristica dell'uomo curioso, che non si ferma di fronte ad un ostacolo ma che fa dell'ostacolo un motivo per andare oltre.
Il nostro pianeta è così vasto e così piccolo insieme che non credo sia possibile riuscire a passare un'intera esistenza nell'indifferenza di quello che c'è oltre la nostra porta di casa.
Riuscire con sacrificio a varcare quella soglia è una grande fortuna e un atto che noi dobbiamo principalmente a noi stessi e alla natura che, senza che noi lo avessimo chiesto, riesce a sorprenderci dall'infinitamente piccolo all'incredibilmente grande.
Ed è un misterioso meccanismo che funziona dall'alba dei tempi, quando ancora l'uomo non esisteva, un meccanismo perfetto, con tempi e regole spesso a noi sconosciute, un meccanismo prezioso quanto è preziosa e misteriosa la vita.
Spesso dimentichiamo il rispetto che è doveroso verso la natura e le sue manifestazioni, convinti come siamo di poter governare e controllare ogni cosa. Spesso dimentichiamo il rispetto verso i nostri simili.
La natura pare dormire e nel suo sonno sottomettersi ma prima o poi presenta il conto nei confronti del quale  noi non abbiamo alcun potere.
Vedere con i propri occhi la bellezza e temere di non ritrovarla uguale negli anni a venire a causa di azioni sconsiderate da parte dell'uomo è frustrante.
E' come avere un timer a orologeria e correre per riuscire a vedere cose che immancabilmente saranno diverse o non esisteranno più, prima che il timer scatti.
L'uomo alla fine è progredito per distruggere non per valorizzare o preservare.
E' per questo che desideriamo viaggiare ancora e tanto e spesso per riuscire a cogliere quel barlume di genuinità, dove ancora esiste, prima che tutto sia distrutto o umanizzato.
A distanza di un anno siamo qui, a riprogrammare il Viaggio.
E' il 18 gennaio 2013 e l'anno che è trascorso si è chiuso con amici che se ne sono andati, intraprendendo ognuno a suo modo un personale viaggio senza ritorno.
Qualcuno lo ha fatto suo malgrado, qualcuno con la consapevolezza a volte mal celata di non riassaporare più momenti che se ne sono andati e non si ripeteranno.
Siamo alla vigilia di una nuova partenza, sentiamo il vestito pesante come un involucro ormai giunto al termine del suo ciclo di vita e siamo pronti a scrollarcelo di dosso per rivedere ancora le ali e spiegarle forti e desiderose di volare.
Butteremo pochi indumenti nello zaino, i taccuini per fermare ogni attimo e le macchine fotografiche per cercare di acchiappare quegli attimi.
Abbiamo un aereo che parte di sera, nelle lunghe ore della notte attraverseremo terre e mari e quando il sole sorgerà, sarà un sole nuovo e noi saremo già lontani.


mercoledì 2 gennaio 2013

Countdown a Colombo

Per tornare da un viaggio in Oriente occorre prima di tutto gradualità.
Il passaggio dalla semplicità di cose e di anime alla complessità del tutto richiede una fase di transizione, una specie di limbo, affinchè il salto non sia troppo violento e il cuore non abbia troppo a che risentirne.
Hotel Colombo a Colombo è quello che si può definire un limbo.
Complessità di tutto in terra semplice, quel tanto che basta a farti sentire già la nostalgia di ciò che lasci pur non avendola ancora del tutto lasciata.
Le grandi metropoli in terre asiatiche si riservano sempre il lusso di concentrare brutture e paradossi ingannando i forestieri.
Capisco chi mi dice dopo un breve soggiorno a Dehli che non ha amato l'India, lo capisco perchè l'India mica l'ha vista. E' un po' come dire non mi piace il pesce dopo aver mangiato del tonno in scatola.
Ecco, Colombo è il tonno in scatola.
A filetti, in trancio, condito con olio extravergine di oliva, ma rimane tonno in scatola.
L'Hilton sorge nel quadrato proibito, dove ogni 100 metri una garitta militare ti costringe a scendere dal marciapiede e camminare con il fiato sospeso sull'asfalto della strada vedendo con la coda dell'occhio le canne dei fucili puntate addosso, dove a destra puoi andare ma a sinistra la strada è chiusa perchè c'è il quartier generale del sovrano, dove uscire dall'albergo significa prendere per forza un tuk tuk perchè la frotta di malintenzionati borseggiatori traffichini furfanti che staziona davanti agli hotel non ti darebbe pace.
L'albergo è immenso, la nostra stanza si affaccia direttamente sul cortile interno dove un lago colmo di pesci uccelli tartarughe e fiori ci separa dalla piscina. Siamo al sesto piano, il panorama è notevole, il mare alla nostra destra aumenta la nostalgia, ma non è lo stesso mare allegro burbero e di carattere. Questo sembra domato dalla città, è spento, silenzioso, c'è. E basta.
La stanza è confortevole, connessione a internet, bagno grande, salottino fronte vetrata e al mattino ci aspetta una colazione da perderci le ore per riuscire ad assaggiare tutto.
Muoviamo qualche passo sul lungomare che pare abitato solo dai gabbiani.
Postazioni militari nascoste tra dune di sabbia e baretti semichiusi lo fanno apparire un luogo dimenticato dalla gente.
Il traffico è tutto all'interno, nelle strade percorse da taxi tuctuc motorini.
Siamo in zona ambasciate e ci spieghiamo il dispiego spesso imbarazzante di forze militari.
Una lancia a pochi metri dalla riva pattuglia il tratto costiero e dalla finestra della camera è severamente proibito scattare foto.
Ci avventuriamo in alcuni centri commerciali, ci perdiamo in un quartiere mussulmano dove un vecchio dallo sguardo cattivo ci fa segno di tagliarci la gola, attraversiamo un ponticello dove il lago sottostante è pieno di pellicani e corvi, torniamo in camera.
Scopriamo il pub dell'albergo come un buon rifugio per la sera; un paio di birre e di whisky, qualche stuzzichino gustoso e soprattutto le nostre chiacchiere.
La hall dell'Hilton è smisurata, in particolare la zona relax comprende una tea room superlativa con i migliori tea dello Sri Lanka e tanto di storia per ognuno.
Un pomeriggio decidiamo di degustarne qualcuno per poi farne incetta per il rientro.
Ci facciamo incuriosire dal Soushong che presenta un profumo e un sapore torbati, un tea nero molto particolare che ci viene servito davanti al lago di carpe koi.
Dalla lista che ci viene mostrata cominciamo a fare una scelta di quelli che poi porteremo a casa e scopriamo che alcuni, oltre ad essere particolarmente pregiati, sono rarissimi e non sempre sono disponibili.
Hai finito la tua tazza e sali un attimo in camera così io rimango sola a raccogliere le idee, i pensieri e le emozioni di questo mese speciale che sta per terminare.
Mi alzo, mi avvicino al ragazzo in livrea che ci ha serviti e chiedo gentilmente di mettere la consumazione sul conto della nostra camera.
Lui mi guarda sorridendo: "no madame, I cant. This is my courtesy...."
Rimango senza parole, balbetto qualcosa poi guardo la targhetta appuntata alla divisa e leggo il suo nome: Chamil.
Questo gesto non è una semplice cortesia. Le grandi catene alberghiere come l'Hilton hanno molto personale che vi lavora come si lavorerebbe in una grande azienda. Non è contemplato che qualcuno possa di sua iniziativa omaggiare o prendersi libertà di alcun tipo.
Ma Chamil è andato oltre quella targhetta che sotto al logo Hilton riporta il suo nome.
Chamil è stato galante e si è prodigato affinchè in due giorni potessero arrivare tutte le miscele che abbiamo ordinato, comprese quelle rare che risultavano introvabili.
E' sufficiente una singola persona a fare di un luogo un posto speciale, anche qui a Colombo, anche qui in un hotel a cinque stelle dove sei solo un cliente che arriva consuma e se ne va.
Lasciamo Colombo nella notte affidandoci ad un auto dell'Hilton molto silenziosa e confortevole.
Percorriamo strade secondarie, attraversiamo quartieri dove madonne illuminate a giorno sorgono vicino a riproduzioni in scala di templi buddhisti, arriviamo infine in aeroporto dove la penombra e il silenzio fanno supporre sia appena stato abbandonato.
Ormai è fatta, tra poco ci imbarcheremo, giusto uno scalo a Dehli per prolungare di qualche ora l'atterraggio in Italia.
Sgraniamo il nostro rosario di ricordi ancora caldo.
Arrivederci Sri Lanka.

In viaggio per Colombo

La sindrome da rientro che ormai respira dentro di noi è come il tempo: inesorabile.
Manca una settimana al nostro imbarco e dobbiamo risalire a Colombo lasciandoci alle spalle Galle e tutto il resto. Ci chiediamo se un viaggio in treno possa servire a mitigare questo "autunno" che ci opprime nonostante noi continuiamo a far finta di nulla e le goccioline di sudore ricamano le nostre magliette.
Scopriamo con delusione che tutta la linea ferroviaria da Galle verso Colombo è interrotta per rifacimento binari. Perfetto, non si può lasciare Galle...magari fosse così.
Questo rimarrà un buon motivo per ritornare in Sri Lanka, dove non essere riusciti a prendere un treno è come non averne assaporato una porzione.
I bus sono numerosi e si può scegliere con leggere differenze di prezzo tra quelli ultra moderni dotati di tendine con il pizzo e aria climatizzata e quelli vecchio stile con tendine in plastica , quando ci sono, e niente aria climatizzata.
La nostra scelta cade su una via di mezzo ma principalmente ci interessa l'orario, che non sia all'alba per intenderci ma nemmeno nel pieno del pomeriggio assolato.
Perchè l'autunno è solo nell'anima, fuori il termometro segna 30-35 gradi e anche i varani a Galle sudano.
Salutiamo i bastioni, i bambini, i militari, i cani, i venditori notturni fantasma, le murene, le terrazze, i corvi, i cobra e il loro incantatore, le scolopendre azzurre e le scimmie dorate.
Qui a Galle lasciamo un altro pezzo di cuore.
E' come se il viaggio fosse già finito - mi dici sconsolato.
Abbiamo cinque giorni da passare nella capitale, per organizzare le nostre foto, fare qualche passeggiata e prepararci al rientro. Una camera di decompressione al contrario, diversamente da quando siamo arrivati un mese fa.
All'andata decomprimere il brutto, al ritorno prepararsi ad affrontarlo di nuovo, ma più ricchi dentro.
E questa ricchezza che sentiamo esploderci dentro tanto da non sapere dove metterla una volta atterrati a Milano tra neve e terremoti, decide di non abbandonarci così, alla vigilia, ma di crescere ancora, legandoci un po' di più a questa terra.
Prendiamo posto sull'autobus sedendoci dietro per poter stivare i nostri zaini senza creare disturbo a nessuno. 
Siamo gli unici stranieri e i pochi singalesi salgono guardandoci incuriositi; con puntualità incredibile si chiudono le porte e lasciamo Galle.
Il nostro abituale silenzio delle partenze è rotto solo da qualche commento a ciò che passa dal finestrino.
La costa ovest è bizzarra, intervallata da distese immense deserte e da agglomerati di resort, alberghi, negozi, bettole dove turisti accaldati e bruciati dal sole girano come formiche in un formicaio.
Lo Sri Lanka è una lacrima dalle mille sfaccettature e vedendo quanto è diverso l'ovest mi perdo in pensieri nostalgici per un est ancora quasi immacolato che non ci è stato possibile visitare.
L'autobus procede veloce nei tratti fuori dai centri abitati, rallentando e spesso fermandosi quando entra nei formicai; è un viaggio per un bel tratto a singhiozzo ma non ho fretta di arrivare, vorrei metterci tutto il tempo del mondo.
A metà corridoio un muso a punta con due spilli al posto degli occhi fa capolino dallo schienale.
E' una bambina singalese in viaggio con la mamma e il fratellino più piccolo.
Avrà dieci anni ma ne dimostra qualcuno in meno; è minuta e sottile come un noodle, i capelli lunghi e neri le arrivano a metà schiena e le sue mani lunghe e affusolate danno l'idea di potersi spezzare da un momento all'altro. Sbircia curiosa in ginocchio sul suo sedile e la madre si gira a guardarci sorridendo, quasi scusandosi di tanto interesse. Dobbiamo sembrare due esseri molto strani, con i nostri tatuaggi e i nostri impianti sotto pelle. Le sorridiamo e quando i nostri sguardi si incrociano, si nasconde timida e divertita insieme.
Affronta la sua paura e si mette nel corridoio, sobbalzando di tanto in tanto alle manovre brusche dell'autobus; ci fissa ormai senza timore e noi chiediamo alla madre se possiamo scattare qualche foto con lei. Il ghiaccio è rotto, la piccola ride e guarda sua madre con gioia, si sente importante, si sente bella.
Torniamo ai nostri sedili ma le chiediamo se vuole sedersi con noi per il viaggio. La madre le fa cenno di andare e dopo poco si alza per portarci tre arance succose da consumare insieme.
Erano le loro arance, per il loro viaggio e ce le ha cedute senza esitazione.
Non parla, probabilmente conosce solo il singalese così ci adoperiamo per comunicare a gesti.
Peserà meno del mio zaino, è educata, si muove con grazia e ogni tanto si ferma a fissare ora il mio braccio ora il tuo. Poi punta gli spilli nei miei occhi ed è come se parlasse.
E' grata, è emozionata, è incuriosita, è felice, anche lei come noi vorrebbe che quel viaggio in autobus non finisse mai.
I formicai sulla strada cominciano a diradare così la corsa dell'autobus diventa più dolce e meno intermittente, la piccola sbadiglia, appoggia la testa alla mia spalla e si addormenta.
Quasi non respiro, quasi non mi muovo, vedo di abbracciarla per contenerla meglio, per evitare che un improvviso sobbalzo la faccia svegliare e cerco con lo sguardo la madre per ringraziarla e per tranquillizzarla: è qui, è calma, si è addormentata, ci penso io.
Poi cerco il tuo, di sguardo, e non troviamo le parole e forse invece le troviamo tutte.
Troviamo il modo di dirci che tutto questo è giusto, è naturale ma che tu sei stato lontano, non l'hai abbracciata nè le hai tenuto la manina fragile tra le tue perchè da noi questo può essere male, può essere sporco, può essere innaturale; troviamo il modo di dirci che non vogliamo tornare dove questo può essere visto come male e che vogliamo stare qui, perchè qui le ferite guariscono e sono le persone a guarirti e a insegnarti che in fondo la vita è molto più semplice di quanto ci sforziamo di disegnarla; troviamo il modo di commuoverci perchè disabituati a gesti di pura empatia umana che ci arrivano addosso con la potenza di un vuoto d'aria perchè ci manca il fiato e non possiamo respirare forte, perchè magari si sveglia e finisce questa magia; troviamo il modo di dirci che non dobbiamo dimenticare, quando saremo di nuovo nell'oblìo, della dolcezza di una bimba e di sua madre e di zio tibia e della palletta gialla e del guardiano con il machete e della zuppa della sorella di Sunetra e della visione del fantasma venditore di Galle e via e via, come nella filastrocca di Samarcanda.
Tante perle da tenere attaccate una all'altra, un rosario da sgranare nei momenti in cui ci sembrerà di avere sognato e invece sono tutti qui, li tocchiamo, sono esistiti e ce li portiamo appresso.
Inesorabilmente passano le ore e siamo alle porte di Colombo.
L'autobus nel frattempo si è riempito ma rimaniamo gli unici occidentali.
Una coppia mussulmana ha preso posto accanto a noi e le urla del neonato avvolto nel telo color ruggine hanno svegliato la nostra piccina. Ha alzato lo sguardo verso di me e si è messa a ridere un po' imbarazzata, non si è accorta del tempo che è volato e che si è addormentata. Si alza e vola tra le braccia della madre, parla fitto fitto con lei, forse le sta raccontando di tutte le cose strane che ha visto. Le foto dentro la macchina fotografica, i disegni sulla pelle, il nostro strano modo di parlare.
Dentro allo zaino ho ancora una scatola di pastelli a cera che avevamo comprato nella nostra cartoleria di fiducia a Galle, quando volevi disegnare qualcosa.
Portaglieli - mi dici in un soffio. E quando mi avvicino chiedendo a sua madre se potevo regalare i pastelli alla piccola, incrocio di nuovo il suo sguardo a spillo. Con quelle mani di cristallo prende delicatamente la scatolina di cartone e sorride. Il viaggio ormai sta per finire, per entrambi, e gli spilli mi sembrano più piccoli.
Non sappiamo dove scendere, chiediamo al signore mussulmano di fianco a noi e ci rassicura dicendo che conosce la fermata, ci avvisa quando siamo vicini.
La piccina scende appena prima, la vediamo farsi strada nel corridoio ormai affollato e prima di scendere volge gli spilli. Ciao piccolina, buona fortuna.
L'autobus si ferma esattamente davanti al nostro albergo, l'Hilton Colombo.

giovedì 27 dicembre 2012

Galle Fort

E' la sera del 29 gennaio del 2012.
Di fronte a me, oltre il vasto prato dove i bambini si rincorrono e alcuni ragazzi improvvisano una partita a cricket, oltre la stradina bianca in riva al bastione dove le coppie passeggiano e nugoli di militari corrono, ancora più oltre,  passate le imponenti mura del bastione, mi cattura l'Oceano a perdita di sguardo.
Il sole sta per sparire, pochi secondi e tutte queste persone perderanno i loro tratti per diventare ombre in movimento.
Galle è una città a Sud Ovest dello Sri Lanka ben fornita e molto commerciale ma soprattutto Galle è Galle Fort, la città vecchia, un bizzarro esagono fortificato circondato sui cinque lati dal mare e separato dalla moderna Galle da un importante stadio di cricket e dalla stazione di autobus più affollata che abbiamo mai visto.
Noi alloggiamo all'interno di queste mura storiche, assorbendone il fascino e godendo la tranquillità che preservano nonostante il consistente flusso turistico.
Costruita e fortificata dai portoghesi divenne il principale porto dello Sri Lanka fino a che gli inglesi non presero il sopravvento spostando tutto il traffico su Colombo, ma nulla ha a che vedere con l'attuale capitale nè in termini di bellezza nè in termini di fascino.
Furono proprio le fortificazioni portoghesi a salvare molte vite dallo tsunami del 2004.
Tralasciando la parte moderna che risulta utilissima in caso di rifornimenti vari (dalle pile ai medicinali) ma che non presenta nulla di speciale, Galle Fort è un piccolo gioiello con una magia e una storia particolari che si respirano in ogni angolo.
Accanto a palazzotti del 1800 sorgono chiese del 1600, templi moderni e perfino una moschea.
Senza alcuna prenotazione, abbiamo fermato il tuk tuk davanti ad un bed and breakfast che ci attirava per la posizione tranquilla e come sempre il nostro istinto non ci ha tradito.
Il Sea Green è sviluppato su tre piani di cui l'ultimo direttamente su un terrazzo stretto e lungo dal quale io mi faccio catturare ogni sera dall'Oceano di fronte.
La nostra stanza è proprio sul roof quindi ci è sufficiente aprire la porta e trovarsi padroni del panorama.
Alla nostra destra, direttamente sui bastioni, c'è la caserma militare così che ogni giorno possiamo assistere al presentat arm e a estenuanti marce sotto al sole; alla nostra sinistra c'è la scuola, un alveare di piccole api con le trecce o il berrettino che cantano appena arrivate in classe, pregano e poi fanno ginnastica nello spiazzo enorme di fronte.
Appena sotto alla caserma, al di fuori della cinta muraria, direttamente sul mare, c'è la tomba di un santo musulmano la cui storia rimarrà un mistero.
Dalla strada circolare che corre adiacente alle mura si diramano piccole strade dove sorgono bed and breakfast, ristorantini, bettole, sale da tea, abitazioni per lo più di stranieri, scuole e due università.
Ce n'è veramente per tutti i gusti e per tutte le tasche e si può passare dal lusso sfrenato del Galle Fort Hotel con i suoi camerieri in livrea bianca molto english alla guest house con poche stanze spartane e bagni in comune.
Non in tutti i locali è possibile trovare alcolici, in realtà si contano sulle dita di una mano ma la gente del posto vi indicherà senza problemi dove trovare quello che state cercando.
Abbiamo cenato nella mecca del curry, un posto rinomato per l'abbondanza dei suoi piatti uniti ad una eccellente qualità e a prezzi veramente ridicoli.
Il Mama's Galle Fort è ubicato su una deliziosa terrazza dove mangiare sotto ad un cielo stellato in compagnia di qualche geco curioso e all'intermittenza romantica del faro a poca distanza.
Il ristorantino accanto al nostro bed and breakfast non è stato da meno. Si mangia in terrazza di fronte ai bastioni e la birra viene servita dentro alle tazze in ceramica con coperchio in ferro sbalzato.
I corvi qui sono più numerosi degli abitanti e sull'albero di fronte alla nostra terrazza li osservo, rannicchiati , dormire fino alle prime luci dell'alba, fino a quando con un balzo si stirano e si tuffano all'indietro nel vuoto per poi aprire le enormi ali e volare sui cornicioni delle torri.
Un pomeriggio una scimmia ha fatto la sua apparizione dal tetto della casa di fianco.
Ci ha osservati curiosa aspettando forse del cibo per poi scappare con lunghi e agili balzi infastidendo una coppia di scoiattoli.
Durante una delle nostre assolate passeggiate del mezzogiorno incontriamo colui che diventerà un appuntamento fisso: l' incantatore di serpenti con la sua minuscola scimmia.
Completamente privo di denti ci sorride scoperchiando uno dei due cestini davanti a lui e un enorme cobra dagli occhiali gonfia il cappuccio minaccioso.
Rispetto a tutti i serpenti che ho avuto modo di vedere in India e a Marrakesh, questo è veramente ben tenuto, senza residui di muta a penzolare dal corpo denutrito e con l'energia degna di un cobra.
L'incantatore suona il piffero e con l'altra mano sventola il coperchio del cesto per far ciondolare il cappuccio.
Facciamo foto e video e siamo gli unici avventori che gli chiedono, quasi pregandolo in verità, di poterlo toccare.
E a lui non pare vero! Scoperchia con soddisfazione l'altro cesto e appaiono dei babies ancora più energici.
La scimmietta nel frattempo, approfittando del momento di distrazione del suo padrone, sottrae dalla bisaccia un pacchetto di betel e se lo mette in bocca furtivamente.
Mi sale in braccio ed è irresistibile, quindi nonostante la mia diffidenza verso il genere, lascio che mi abbracci e giochi con le piccole dita con i miei impianti sottopelle che gli devono sembrare una cosa assai strana.
Insomma, è un po' come se ci scambiassimo un'esperienza: io ti tengo in braccio (cosa che non ho mai fatto) e tu tocchi le mie palline di teflon (cosa che sicuramente non avrai mai fatto).
Mi fissa con sguardo interrogativo e mi viene naturale parlarle. 
Acciambellato e totalmente innocuo accanto a noi un grosso pitone si gode il caldo della pietra.
Ma lo spettacolo sono loro, gli indemoniati.
L'incantatore ci racconta in un misto di inglese e singalese che provengono dall'India e che lui li accudisce amorevolmente per tenerli in salute. E ci crediamo, visti i risultati.
Tu sembri un bambino, ti avvicini sempre di più, agiti di fronte a loro il sacchetto con le bibite per vedere la reazione poi glielo richiedi un'ultima volta e lui ti fa cenno di accomodarti.
Non so più chi è l'incantatore, tu o lui.
Appoggi la mano sulla testa del più grande, con calma e freddezza, abbassandogliela piano.
Poi mi guardi felice: vuoi toccarlo?
Sì, cioè no, cioè sì. Con la mia mano nella tua mano insieme appoggiamo le dita su questa testa dura, sorretta da muscoli forti e in tensione ed io avverto una scarica di sorpresa, paura, gioia e sento tutta questa forza animale che mi attraversa senza nuocermi.
L'incantatore scatta una foto che coglie in pieno il mio sguardo stupito e insieme grato.
Grato a te, che mi hai fatto provare anche questo, in sicurezza, e mi ha fatto tornare una bambina curiosa e pronta a stupirsi ancora delle cose.
Gli lasciamo una lauta mancia e torneremo a salutarlo di nuovo nei giorni a venire.
Passeggiando sui bastioni a strapiombo sul mare notiamo una scala nella pietra che porta ad una piccola insenatura. Scendiamo cauti, gli scalini sono consumati dal tempo e dalla salsedine.
L'acqua è cristallina e dei piccoli di murena ci scivolano veloci tra le caviglie.
Serpenti marini! - ti urlo in preda all'entusiasmo. 
Alcuni ragazzi singalesi arrivano ridendo e parlando forte, si spogliano e si tuffano in acqua.
Dopo qualche istante ci chiamano divertiti e ci invitano a fare il bagno con loro nella caletta dopo, dove da una roccia isolata ci si può tuffare.
I turisti dall'alto ci invidiano e si fermano a guardarci mentre sguazziamo nell'acqua cercando di non scivolare sui sassi ricoperti di alghe.
Durante la giornata troviamo sempre il tempo di fare un salto a Galle città, è giusto un quarto d'ora di camminata. Le nostre mete preferite sono il supermercato Cargillis dove fare rifornimento di succhi e acqua, sapone e biscotti. 
Non troverò più i miei biscotti preferiti, una specie di fetta biscottata tonda e spessa, poco dolce e quasi rafferma, ma rimedio con prodotti del forno locale.
Poi c'è la cartoleria dove vendono le buste marroni che ricordo forse di aver visto per l'ultima volta negli anni 70 e che hanno un fascino assolutamente retrò.
Nel negozio di elettronica troviamo le pile per le torce e per la nostra attrezzatura fotografica a un terzo del prezzo europeo.
Torniamo e entrando dal voltone in pietra di Galle Fort incontriamo un signore che ci avvicina chiedendoci se siamo italiani.
Pensiamo subito al solito approccio per rifilarci qualcosa, dopotutto siamo in città e la città riserva spesso incontri di questo tipo.
Ma lui è diverso, si sforza di esprimersi un poco in italiano e ci dice che anche lui è in vacanza, dalla famiglia, perchè lavora ad Aosta in un albergo e orgoglioso ci mostra la carta di identità italiana.
Scambiamo ancora qualche chiacchiera, lui ama la sua terra ma è grato all'Italia dove lavorando può contribuire a mantenere tutta la sua famiglia che una volta all'anno per 15 giorni riesce a riabbracciare.
Si congeda da solo, dopo poco, scusandosi dell'intromissione e ringraziandoci per aver parlato con lui in italiano. Ci ha augurato buona permanenza e lo ha fatto con sincerità.
Il sole sta piano piano scendendo e i corvi si avvicinano alle case per individuare la sistemazione per la notte.
I soldati stanno rientrando di corsa dopo i quotidiani esercizi sui bastioni.
Alcuni signori anziani si attardano sulle panchine osservando le bizzarrie di noi turisti e ridono di tanto in tanto per i buffi cappelli dei giapponesi e i sandali con le calze dei tedeschi.
Non dicono nulla per i nostri tatuaggi ma muoiono dalla voglia di vederli da vicino.
Dopo tre notti al Sea Green dove avremmo voluto rimanere se ci fosse stata una stanza libera, ci spostiamo al Fort Dew Guesthouse, qualche metro più in là.
Un poco più affollato e caldo, si rivela comunque una sistemazione buona.
La camera è angusta direttamente sulla balconata che da sulla strada, Rampart Street, ma il bagno è grande e luminoso. Si mangia e si fa colazione sul terrazzo, ben attrezzato e ventilato.
Ed è su quel terrazzo che una sera il tempo si è fermato per un attimo regalandomi una autentica visione.
Ero indecisa se raccontarla oppure no, spesso le visioni sono come le bolle di sapone, basta soffiare troppo forte e invece di perdersi nel cielo integre, esplodono davanti agli occhi con somma delusione.
L'occhio di chi narra ha visto la magia ma la voce di chi ha visto può non essere in grado di trasmetterla nella sua bellezza.
Cedo alla tentazione ma solo per egoismo perchè quando rileggerò queste pagine accarezzerò di nuovo quell'immagine.
Dopo una certa ora, la sera, quando tutti sono usciti dai ristoranti, hanno terminato le passeggiate e si ritirano nei rispettivi alloggi, cala un silenzio quasi innaturale.
I corvi dormono appollaiati sui rami confondendosi tra le foglie, le cicale riposano nella brezza che arriva decisa dall'Oceano e i cani sono sagome tonde nella polvere dei prati.
Le luci dei lampioni piano piano si rincorrono spegnendosi e nella caserma si accende una curiosa luce rossa cupa che si fonde con l'oscurità. 
Noi rimaniamo in silenzio sulla terrazza, alla luce di una candela che va esaurendosi.
La musica è stata abbassata e anche dalla cucina le stoviglie tacciono.
In questo silenzio e in questa oscurità arrivano in lontananza un cigolio e un tintinnio cadenzati ma ovattati che nell'avvicinarsi aumentano lievemente di intensità.
Per un attimo mi vengono in mente i monatti nei Promessi Sposi che con il loro carretto si trascinano per le strade alla ricerca di morti appestati da portare via.
Rimaniamo in silenzio, quasi senza respirare e aspettiamo immobili; un brivido mi attraversa la schiena.
Dopo qualche istante appare sulla strada una luce gialla che barcolla e si avvicina insieme al tintinnio.
E' come se avanzasse danzando, sospesa nel buio, una sorta di  fuoco fatuo.
Finalmente è sotto alla terrazza e giù, nella strada, emerso dall'oscurità, finalmente lo vedo.
E' difficile dargli un'età, potrebbe averne 40 ma dimostrarne 60.
Cammina lentamente e spinge un carretto di legno dalle grandi ruote arrugginite che sorreggono un ripiano quadrato a sua volta sormontato da una tettoia aperta sui lati.
Sul ripiano è appoggiata una grande ciotola brunita ormai vuota e alla tettoia penzola, barcollando, una lanterna a olio con una fiamma gialla e calda che la brezza marina ogni tanto smorza senza mai spegnerla.
Cammina da solo, nel buio, senza parlare o cantare, cigolando ad ogni giro completo di ruota e facendosi varco in quell'oscurità con una fiammella.
Arriva una zaffata di spezie che si allontana con lui.
Dopo pochi passi il buio l'ha di nuovo inghiottito, mangiandosi lui, poi la fiammella che ha continuato da sola a danzare e per ultimo il cigolio.
Lo abbiamo visto veramente, così come abbiamo visto la capra aspettare l'autobus, Zio Tobia tornare dall'inferno e palletta gialla salutarci alla nostra partenza.
Abbiamo visto le lacrime di Sunetra, il sorriso sincero di Mr Luxman il burbero, il guardiano del giardino con il machete, il pavone sulla spiaggia e l'anima in fondo ai nostri occhi.
Perchè forse è solo qui che si vede per davvero.








mercoledì 26 dicembre 2012

Risalire è un po' come morire

Non ce lo diciamo mai direttamente ma prendiamo decisioni che ci stanno riportando lentamente verso Colombo, facendo finta di nulla, per non incontrarci con lo sguardo smarrito di chi non ha alcuna intenzione di tornare.
Come in ogni finale di viaggio, ho la sensazione di avvertire l'autunno che arriva e non importa se ci sono 35 gradi, il caldo a volte è insopportabile e le cicale friniscono ininterrottamente.
E' una fine, un passaggio, stiamo per prepararci al rientro con il freno a mano tirato al massimo, rallentiamo i passi, rallentiamo i gesti, dilatiamo il tempo, o almeno così speriamo.
Ci fermiamo di nuovo all'Ocean Dream ad Anghama, non tanto per desiderio quanto per comodità di collegamento. E trovarsi da dove siamo partiti fa un certo effetto.
Rimaniamo tre giorni, riempiendo le giornate con scatti al tramonto ai pescatori mentre attendono l'alta marea per affrontare il mare, scatti alla spiaggia dei nostri amici prima che il sogno sia realizzato, nuotate in piscina perchè qui il mare è impetuoso, passeggiate lungo la strada perdendoci in strade laterali poco battute, pensieri chiacchiere e riflessioni.
I pescatori seguono un rituale ogni sera, probabilmente tramandato da chissà quanto tempo.
Quando il sole è ancora sopra la linea dell'orizzonte, cominciano ad arrivare nella piccola insenatura adiacente alla strada principale.
Uno sgangherato capanno in legno tra gli alberi nasconde la strada stretta e ripida che porta alla baia.
Ogni piccolo equipaggio è costituito da 3, massimo 4 persone. E almeno una di queste è un anziano.
Lavano il motore, controllano le reti e l'attrezzatura, scambiano due parole, mangiano frutta che ci offrono mentre spiamo discreti le loro manovre. Non ci parliamo che con lo sguardo e i sorrisi.
Lavorano alacremente ma in tranquillità, gesti decisi ma naturali che potrebbero svolgere a occhi chiusi.
Hanno le mani  belle segnate dal mare e i volti che paiono cartine geografiche con rughe profonde.
Scatta l'ora x, il sole si è abbassato e il mare cambia, diventa più blu, quasi nero ma meno violento.
Le barche partono una alla volta, devono essere guidate da un marinaio in acqua che pericolosamente guida la chiglia oltre le onde, la posiziona nel corridoio perfetto per prendere il largo.
Richiede fatica e coraggio, basta un'indecisione e si può venire colpiti da un'onda e sbattere violentemente contro la barca.
Ma questi uomini sanno il fatto loro, una dopo l'altra le barche lasciano la riva e spariscono all'orizzonte, verso il sole che si abbassa sempre più velocemente e noi rimaniamo soli a disturbare il riposo di colonie di perioftalmi e granchi che si trastullano sugli scogli.
E' un'immagine che dona pace nonostante il mio pensiero vada a quegli uomini che rischiano ogni volta la vita per sopravvivere.
Rientreranno all'alba, con le barche stanche come le loro braccia, quando noi riposiamo nel nostro letto.
Immagino una piccola lanterna a illuminare la via e nella luce che piano arriva li vedo, intenti a sistemare i pesci nelle casse, pronti per essere portati al mercato ed essere venduti.
Sistemeranno le barche a riva, accucciati attorno al fuoco berranno un caffè caldo e spariranno fino al tardo pomeriggio, per ricominciare tutto di nuovo.
Il profumo dell'autunno si fa più intenso ed è in quella sua particolare malinconia che amo perdermi, lasciando ogni volta un pezzo di cuore in immagini che cerco di fermare dentro di me per ritrovarle quando saremo così lontani da questa pace.


lunedì 17 dicembre 2012

Ritorno a Marakollya Beach

Il tuk tuk procede sobbalzando sulla strada sterrata, un varano ci attraversa lesto il cammino e tra i rami i cinguettii striduli ci danno il bentornato.
Superiamo la distesa paludosa dove i cormorani stanno appollaiati su rami secchi e contorti e subito dopo la curva incontriamo Mr Laxsman. Il tuk tuk rallenta e lui ci riconosce subito, sorridendo ci stringe le mani "my friends, how are you" e la maschera rigorosa e altezzosa cade lasciando trasparire una sorpresa sincera nel rivederci.
Gli chiediamo se ha una cabana disponibile per qualche notte e lui ci fa cenno di precederlo.
Mentre ci allontaniamo mi volto per osservare il suo passo lento e pacato, lo sguardo che si perde tra i rami e la strada, penso che si sta recando al lavoro e vuole godersi ancora qualche attimo di libertà nel silenzio della natura.
Congediamo il nostro autista e appoggiamo gli zaini sotto alla grande tettoia di legno riassaporando ancora una volta ma come se fosse sempre la prima, il bagliore abbacinante della luce riflessa sulla spiaggia e il blu del mare. Ci sentiamo a casa, ci sentiamo un po' proprietari di questo angolo di paradiso e attendiamo con ansia Mr Laxsman.
C'è una cabana libera per tre notti e la prendiamo al volo. Felici.
Nulla se non questo posto mi ha dato il senso di vertigine delle incredibili distanze e il piacevole senso di isolamento che ne consegue.
Rumesh è un giovane singalese spigliato e entusiasta della vita.
Lavora tutto il giorno, alla mattina riassetta la spiaggia, aiuta in cucina e si presta in piccole commissioni.
Alla sera accende le torce, brucia gli incensi votivi, gioca con i bambini di una coppia tedesca e quando Mr Laxsman si ritira arriva sorridente con gli occhi di brace con un bicchiere colmo di Arrack, il rum dello Sri Lanka, che ci porge senza volere in cambio nulla, se non due chiacchiere con noi.
Ci racconta che ha fratelli e cugini che vivono a Milano dove lavorano in rosticcerie e ristoranti ma che lui desidera rimanere qui, nella sua terra. Abita poco distante, verso l'interno, e torna a casa una volta al mese quando ha il riposo dal Mangrove.
Ci rivela che Mr Laxsman è un capo rigido e diligente ma comunque un buon capo, lo prende un po' in giro per la sua ossessione alla precisione negli orari e nella sistemazione delle cose.
La sua presenza è gioiosa e discreta, basta fargli un cenno che si precipita volando sulla sabbia ma sa capire quando desideriamo privacy e solitudine.
Una sera, finita la cena, sentiamo un cane guaire e il suo guaito insistente si trasforma in un attimo in un pianto disperato. Due aiutanti di Mr Laxsman corrono verso l'ingresso del Mangrove agitando le mani e urlando, nel buio riesco solo a vedere una palletta gialla correre forte verso la foresta.
Seduti sotto al nostro porticato riattacca il guaito e subito dopo il pianto. Tu mi guardi, io aspetto solo un tuo sguardo, che arriva. Mi alzo di corsa con la torcia in mano e mi precipito verso il buio cercando non so bene cosa, comunque una palletta gialla. Ed eccola lì, sotto ad un motorino, mimetizzata nella sabbia.
E' il cane più miniaturizzato che abbia mai visto da che sono qui. E' un microbo giallo con le fattezze di un cane adulto e con una voce così stridula e insistente che gli ha sicuramente valso la sopravvivenza fino a oggi.
Mi siedo sulle ginocchia, abbassandomi il più possibile e parlandogli dolcemente lo faccio avvicinare.
Scodinzola forte, annusa le mie mani e decide che può fidarsi.
Ti vedo da lontano, sotto la luce del portico, che stai già ridendo guardandomi mentre torcia in una mano, cane nell'altra, arrivo con un sorriso che va da orecchio a orecchio.
Piange perchè è affamato e gli diamo l'unica cosa che abbiamo a disposizione: il latte in polvere.
Arriva anche Rumesh ridendo e tutti insieme lo guardiamo divertiti mentre divora tutta quella polvere di latte che gli imbianca il tartufo e le orecchie. Lo teniamo a dormire con noi, è troppo piccolo e affamato, qualcuno meno gentile potrebbe fargli del male per farlo smettere di guaire.
Ci mettiamo a letto e lo mettiamo sul tappetino ai nostri piedi, lasciandogli la porta aperta in caso volesse uscire. Dopo qualche ora lo sento zampettare fuori e ad un certo punto mi arriva il suo pianto disperato in lontananza. Mentalmente scuoto la testa, non è possibile addomesticare uno spirito libero. Noi gli abbiamo solo tolto un po' di fame. 
I giorni passano intensi, vorremmo fermarci oltre ma Mr Laxsman ci dice dispiaciuto che è tutto prenotato.
E' giunto il momento di spostarci di nuovo e salutiamo nel mattino acerbo questo angolo di paradiso, Mr Laxsman e Rumesh.
Sul tuk tuk rimaniamo in silenzio, come spesso accade quando dobbiamo terminare di assorbire anche un'ultima goccia di un posto che stiamo lasciando.
Una nuvoletta di polvere davanti a noi fa rallentare il tuk tuk.
Il piccolo cane ci sta puntando, è uscito dai cespugli e viene correndo verso di noi, ci guarda scodinzolando.
Lo salutiamo con gli occhi lucidi e ci chiediamo increduli se davvero ci abbia riconosciuto o è stato un caso. 
Ancora oggi voglio pensare che quando mi sono voltata a guardarlo fermo, in mezzo alla strada, seduto come un cane adulto, osservandoci mentre ce ne stavamo andando, lui ci abbia riconosciuto.

domenica 16 dicembre 2012

La morte e la resurrezione di Zio Tibia

Bundala Junction non è un paese, nè tantomeno un villaggio, è semplicemente un incrocio in corrispondenza dell'ingresso con il Bundala Park.
Tutt'intorno solo alberi, palmeti, cespugli, pozze d'acqua, uno scalcinato market che trasuda betel, la strada principale e il Lagoon Inn dove alloggiamo.
Una mattina notiamo un cane giallo sul ciglio della strada. E' morto, ha il sangue rappreso sul collo e sull'asfalto, probabilmente è stato investito dalla corsa folle di uno di quegli autobus che passano a velocità sostenuta. La testa è innaturalmente riversa e le zampe sono abbandonate scomposte.
I corvi se lo mangeranno nei prossimi giorni, addio piccolo sfortunato cane.
Arriva finalmente il nostro autobus per Hambantota dove dedicheremo una mattina alla perlustrazione di negozi, mini market e il mercato sul mare.
Al nostro rientro passiamo di nuovo davanti al piccolo cadavere ma un impercettibile movimento colpisce la nostra attenzione. Il poverino respira ancora, si lamenta, fa pipì, agonizza.
Un poco turbati ci chiediamo se abbiamo modo di aiutarlo a morire e di terminare così la sua sofferenza.
Il suo respiro è il rantolo di chi ormai desidera solo volare via.
Kamal è di ritorno dallo scalcinato market, ci raggiunge e lo vede.
Sparisce di nuovo nel market e torna con un pezzo di pane che gli spezza davanti al muso.
Non comprendiamo l'inutilità di quel gesto così sussurriamo: he's gonna die...
Yes, ci risponde mesto.
Torniamo con lui al Lagoon Inn in silenzio, è l'ultima sera che trascorreremo qui e dobbiamo preparare gli zaini per il giorno dopo.
Prima del buio esco di nuovo per comprare un po' d'acqua e le sigarette.
Il cane ha cambiato posizione e il pane davanti a lui è sparito. Il respiro è più affannato e mi sento di nuovo impotente di fronte alla sua inutile agonia. Non passerà la notte, penso, e qualche altro cane deve avergli mangiato le briciole che Kamal aveva preparato per lui.
La sua visione è di nuovo un colpo al cuore.
E' il 23 di gennaio, ci svegliamo presto per partire. Kamal ci accompagnerà alla bus station con il suo tuk tuk dove prenderemo un autobus per tornare a Tangalle.
L'idea di percorrere il lato orientale dello Sri Lanka è abbandonata per due ragioni: condizioni metereologiche avverse (troveremo lo strascico di un monsone) e il poco tempo a disposizione (causa tsunami e guerra molte linee ferroviarie sono interrotte e non avremmo tempo di tornare a Colombo in tempo utile per rientrare in Italia).
La decisione che prendiamo a malincuore è stemperata dall'idea di ritemprarci di nuovo a Marakollya Beach e come sempre non sbaglieremo intuizione.
Salutiamo Sunetra ringraziandola e abbracciandola forte.
E' emozionata e commossa, tira su con il naso e ci guarda da sotto la veranda mentre partiamo.
Fermi sul tuk tuk sul ciglio della strada in attesa di far passare altri tuk tuk e un autobus, volgiamo lo sguardo senza parlarci al cane moribondo pochi metri più in là.
Ma questa volta è lui a guardare noi. 
Accucciato, la testa ben dritta sulle spalle, le zampe composte, le orecchie ritte e attente, un accenno di scodinzolìo.
E' lo stesso cane che avremmo voluto uccidere, è proprio lui, Zio Tibia, tornato dall'inferno, sopravvissuto a traumi e ore di sole cocente, nel crocevia del nulla
Lo Sri Lanka è anche questo.
Nulla di magico, nulla di satanico.
Zio Tibia ha avuto la possibilità di scegliere se lasciarsi andare su quell'asfalto impregnato della sua urina e del suo sangue o su quell'asfalto riprendere le forze accettando le briciole di pane e scodinzolare ancora alla vita.
Questa storia ci ha fatto molto riflettere, abbiamo quasi sentito il brivido gelido dei nostri pensieri di poche ore prima, quando abbiamo pensato di finire le sue sofferenze, decidendo per lui, decidendo di non voler accettare quell'agonia. Perchè ci faceva male.
Abbiamo visto con occhi diversi l'apparente indifferenza di Kamal, che non l'ha aiutato a morire ma nemmeno a vivere. Gli ha solo ricordato di avere a disposizione una scelta, buttandogli il pane.
Nel tempo che è seguito, nei mesi che sono trascorsi da quel giorno, sono state tante le occasioni in cui abbiamo ripensato a Zio Tibia e al fatto che anche quando tutto sembra perduto e deciso, esiste sempre una scelta che possiamo decidere di compiere.