giovedì 1 novembre 2012

Mirissa

Lasciamo l'ultimo pezzo di cordone ombelicale con l'Italia salutando i nostri amici in partenza e trasferendoci più a sud, a Mirissa, sul mare.
Carichiamo i nostri zaini e ci mettiamo in viaggio; niente taxi, niente autobus, uno spartano e divertente tuk tuk ci porterà lentamente, rumorosamente ma con molto divertimento a destinazione.
La strada costeggia per lo più la costa così passiamo da zone deserte e battute dal vento a zone più affollate di alberghetti, case, piccoli negozi e tanta vegetazione.
Vorremmo che questi 42 kilometri si prolungassero per continuare a sentirci come ci sentiamo: due bambini, che ridono ad ogni buca che non si riesce ad evitare e che salutano le facce stranite dei singalesi che al loro passaggio si bloccano curiosi.
Mirissa è un piccolo villaggio di pescatori diviso in due dalla strada principale; da una parte gli abitanti con le scuole i negozi il fiume e la foresta, dall'altra l'agglomerato pazzo dei bungalow sulla spiaggia, pressati a tal punto che non sai dove comincia uno e finisce il successivo.
Il nostro autista sul momento non riesce a trovare il Mirissa Beach Inn, si confonde in un dedalo polveroso di piccoli sentieri dove passiamo a malapena nonostante le nostre esigue dimensioni e ogni indicazione sembra portarci prima a destra, poi a sinistra, in ogni caso non al Mirissa Beach.
Ci ributtiamo sulla trafficata strada principale e lì un baffuto singalese ridendo ci fa segno di varcare un cancello: siamo arrivati.
Non abbiamo prenotazione, abbiamo solo valutato il posto considerando posizione (sulla sabbia), tipologia di servizi offerti (pochi bungalow, cibo a richiesta) e prezzo (se non ricordo male abbiamo speso 20 euro a notte, un'esagerazione ma siamo sulla spiaggia!). Scendiamo, chiediamo, trattiamo e salutiamo il nostro autista scaricando gli zaini.
Il posto è decisamente hippy, pochi bungalow sulla spiaggia, una costruzione più defilata con camere e un porticato affacciato sul mare dove a richiesta cucinano dalla colazione alla cena senza problemi.
Il nostro bungalow è fronte mare, è angusto e umido, non propriamente pulitissimo ma non ci formalizziamo.
Il materasso (se così si può chiamare il giaciglio di gommapiuma dal colore indefinito) deve aver conosciuto tempi migliori ma anche su questo non ci formalizziamo.
Le giornate qui possono trascorrere oziose sulla spiaggia o avventurose al di là della strada. Non ci facciamo mancare nulla, mescolando un po' tutte le situazioni come è nostro costume fare.
Dalla strada di intravvede un'altura su cui sorge un tempio: ci mettiamo subito in cammino e come sempre lo facciamo alle 11, quando il sole comincia ad urlare forte.
Sulla curva della strada principale si inerpicano mille e più gradini di cemento, sovrastati da palme, rampicanti, fiori e soprattutto sole a picco.
La scalinata termina con la sommità dell'altura su cui è stato costruito il tempio di Kandavahari.
Il rumore della strada è lontano e la vista è incredibile, possiamo osservare il gioco delle onde che partono da lontano e vanno a rompersi a pochi metri dalla riva.
Un albero della bodhi di 300 anni è circondato da tempietti bianchi contenenti ciascuno una statuetta di una divinità. L'albero della bodhi è un ficus in genere centenario, per la precisione un ficus religiosa, sotto il quale Siddharta (ovvero Buddha) ricevette l'illuminazione (bodhi) e pertanto è ritenuto l'albero sacro per eccellenza.
Nel silenzio e nel deserto dello spiazzo polveroso appare improvvisamente un monaco vestito di rosso.
Si avvicina sorridendo, sembra quasi una visione.
Con un inglese misto a singalese ci da il benvenuto e ci spiega che il tempio è di recente costruzione poichè quello originario era stato distrutto dalla follia conquistatrice dei portoghesi che ha lasciato intatto solo il ficus. Lo dice con la tipica rassegnazione buddhista: è una cosa che è successa, il presente è ora.
Un rumore secco tra le sterpaglie ci fa accorrere per vedere un grosso varano di più di due metri che si mostra per poi nascondersi lesto tra i rovi.
Salutiamo il monaco e prendiamo il sentiero opposto a quello della risalita, un sentiero in alcuni punti sterrato e in discesa che si addentra nella vegetazione fitta e rumorosa di cinguettii insistenti.
Lo Sri Lanka è famoso per la varietà degli uccelli e non appena ci allontaniamo dal tempio vediamo king fisher, colibrì e strani uccellini neri con le ali di un giallo intensissimo.
Ci osservano, svolazzano di ramo in ramo come se ci seguissero.
Rientriamo al bungalow accaldati come sempre e prima di decidere di fare un bagno ci fermiamo in un piccolo market dove un anziano signore ci sorride senza i denti, mostrandoci un tunnel di gengive rosse come il fuoco. E' seduto su un panchetto di legno bassissimo e di fronte a sè ha una piramide di foglie verdi tonde, ammassate l'una sull'altra. Sta preparando il betel, qui diffusissimo e per noi immediatamente oggetto misterioso da provare assolutamente. I locali, uomini e donne, qui come in India consumano quantità incredibili di betel che ha proprietà eccitanti ma effetti fisici devastanti come la perdita progressiva di tutti i denti. Lo masticano continuamente, tenendolo ad un lato della bocca e sputando più volte saliva rossastra ai lati delle strade che inevitabilmente si macchiano. I grandi consumatori di betel si riconoscono dai denti rossi o dalla parziale o totale assenza di denti ma soprattutto dal rigonfiamento perenne di una guancia che contiene l'impasto.
Noi dobbiamo provarlo. Subito.
Ne acquistiamo una quantità che fa ridere il singalese di gusto facendogli tremolare come gelatina le gengive nude. Il betel si presenta come un pacchettino costituito da una foglia verde spessa e abbastanza dura (la foglia di pepe) che contiene pezzi di quello che scopriremo essere la noce di areca, una crema granulosa bianco rosata che scopriremo essere calce prodotta sminuzzando conchiglie e, chicca delle chicche, pezzi di tabacco per gli uomini e chiodi di garofano per le donne.
Gli chiedo timida come si fa e lui mi fa cenno di sedergli accanto e mi mostra con dolcezza e nel contempo con orgoglio l'antica pratica di masticare foglie di betel.
Si mette tutto il pacchettino in bocca, possibilmente di lato (cosa non facilissima perchè trattasi di bocconcino voluminoso) e si comincia a masticare con calma. Mi fa cenno di respirare adagio e mi fa capire che occorre calma e tranquillità, soprattutto se si è principianti.
Ma il bello viene dopo o meglio quasi subito!
La salivazione aumenta anzi no si decuplica e in pochi secondi mi sento le guance colme di saliva; nessun problema, basta aprire una fessura nella bocca stando ben attenti a non perdere il prezioso carico che riposa in un angolo dell'altra guancia e si sputa letteralmente per terra facendo attenzione a non sputarsi addosso perchè la saliva è rossa e macchia terribilmente.
Il signore ride e io rido con lui ma la mia risata dura pochissimo perchè sento arrivar un treno veloce, un rapido, un espresso che accelera e accelera: è il mio cuore. Sta accelerando talmente in fretta che per un attimo ho la sensazione che oltre ad uscirmi sparato da un orecchio, il signore seduto accanto a me possa sentirne il rumore. Sento inoltre le guance diventare rosse poi paonazze infine penso seriamente stiano andando a fuoco. Ci guardiamo e comincia lo sballo, inizio a ridere e vedendo te ridere, il signore ridere, mi sembra che tutti quelli che stanno passando, anche le persone stipate sull'autobus, ridano tutti, una grande risata ci seppellirà! Decisamente forte, decisamente sballoso, mi porti nel bungalow e ancora oggi non ricordo come ho fatto ad arrivarci. Alla sera, ad effetto ormai passato, controllo i denti: ci sono ancora!
La nostra abilità credo sia quella di trasformare tre giorni in un lungo viaggio a sè stante, incluso in un grande viaggio e per questo ogni volta indimenticabile.
Il mare mi fa paura, è agitato, arrabbiato, mai silenzioso, le onde sono alte due volte me e si rompono a pochi metri dalla riva con un fragore che azzera tutti gli altri rumori intorno.
Mi prendi per mano e mi spieghi come devo fare: non è pericoloso se si conoscono i trucchi ma soprattutto se qualcuno è lì a raccontarteli.
Mi bastano due onde affrontate con il trucco per non voler più tornare a riva. Ritorniamo di nuovo bambini e quando risaliamo sulla spiaggia abbiamo il costume pieno di sabbia e le dita di mani e piedi come prugne secche.
Arriva la sera, accendono i falò, apparecchiano sulla sabbia (cioè mettono i tavolini e le sedie di legno con le candele), attaccano the best of Bob Marley e espongono il pesce: basta scegliere, accomodarsi e aspettare che sia pronto. E nell'attesa bere una birra fredda, guardarsi negli occhi, guardare le stelle, raccontarsi e ridere.
Mirissa rimarrà per noi la luce forte, il mare impetuoso e di carattere, le notti a lume di candela a mangiare pesce e l'alba silenziosa e dolce insieme ai cani randagi che passeggiano con noi sulla spiaggia quando ancora tutto dorme.
Adesso sì che siamo in viaggio.



sabato 29 settembre 2012

Sri Lanka_gennaio 2012

Sri Lanka, la lacrima dell'India, teatro di furiose lotte tra tamil e cingalesi, vittima di uno tsunami devastante, paradiso dei surfisti, terra di piantagioni di raffinatissimo tea, culla di una natura incontaminata, patria di gente dal cuore gentile.
Ci porta in Sri Lanka un sogno, quello di amici che decidono di dare una svolta alla loro vita acquistando un terreno sulla spiaggia per riuscire a vedere un futuro sereno.
E dalle loro parole e dai loro racconti, nasce in noi il desiderio di toccare da vicino cosa stanno inseguendo.
Chi ha un sogno così grande e nobile ci entusiasma.
Decidiamo di raggiungerli mentre sono sul posto a verificare l'andamento dei lavori, per poi proseguire lungo l'arco di un mese in una terra che ci è sembrata sulla carta così piccola ma che scopriremo immensa e intensa.
E scoprire che in una terra l'odio e la violenza inaudita hanno comunque lasciato sorrisi e serenità, nonostante le terribili ferite, ci darà molta speranza.
Partiamo la notte del sette di gennaio del 2012: il viaggio ideale, mentre tutto ancora dorme e ha una dimensione di attesa e quasi di sospensione.
Dehli, il nostro scalo, ci appare dall'aereo come un vasto campo innevato, solcato qua e là da orme, tracce, guglie bizzarre, ma è sufficiente oltrepassare la cortina perenne di nebbia e smog per fare un balzo indietro nel tempo, il tempo apparentemente immutabile dell''India.
Giusto il tempo di un sonnellino sulle comode chaise longue dell'aeroporto per poi imbarcarci alla volta di Colombo, capitale dello Sri Lanka dove verremo recuperati da uno dei nostri amici per poter procedere verso il sud della lacrima.
Mano a mano che ci si avvicina allo Sri Lanka le facce diventano più scure, i tratti meno occidentali e ritorna forte l'odore intenso degli pneumatici bruciati ai bordi delle strade, degli incensi e dei cibi speziati: è come essere già a casa e ci pervade una malinconia dolce di chi sta per tornare. A casa.
Per tre volte su tre affermo con profonda convinzione che anche il minimo disagio non mina assolutamente la sensazione forte di sentirsi a casa, qui in Oriente.
Non la questua insistente, la guida scriteriata, le mosche indisponenti, il traffico caotico e per contro la lentezza pacata di chi vive più vicino all'equatore.
Atterriamo in tarda mattina a Colombo e all'uscita dell'aeroporto il nostro amico ci accoglie con un sorriso che già è un preludio.
Dopo 4 ore abbondanti di minivan attraversando addirittura un bizzarro temporale, arriviamo a sera tarda al nostro albergo Ocean Dreams ad Anghama, sud Sri Lanka, dove le onde raccontano la loro storia.
I giorni che seguono sono la nostra camera di decompressione, come accade ormai in ogni viaggio.
Sono giorni strani, di indisponente malessere e di noiosa irrequietezza che spariscono improvvisamente come levarsi di dosso un brutto e pesante vestito.
Un rito di passaggio vero e proprio che ci lascia stremati ma liberi: eliminato il brutto, eliminate le tossine, possiamo cominciare a vivere e ad assorbire questa nuova avventura.
I giorni ad Anghama trascorrono veloci ma in piacevole compagnia.
I nostri amici ci mostrano uno spicchio di spiaggia incantevole, dove comodamente seduti si assiste ogni sera al calare del sole. Il progetto prende contorni netti e siamo felici per loro.
Sorgerà un ristorante direttamente sulla spiaggia dove si potranno gustare piatti prelibati e osservare inermi uno spettacolo che non delude mai.
L'ultima sera del nostro soggiorno insieme a loro si conclude con una superba cena a base di pesce e pollo e riso e verdure mentre fuori piove.
Ma i cingalesi non si danno mai per vinti.
Apparecchiano per noi un letto matrimoniale con vista e uscita sul loro splendido giardino in modo che mangiando possiamo godere della natura senza bagnarci.
I gechi trotterellano sul soffitto osservandoci e sicuramente, là fuori, qualche varano aspetta avido i resti, pochi in verità, del nostro lauto pasto.
Il giorno successivo a malincuore i nostri amici ritorneranno in Italia e noi cominceremo il nostro viaggio, senza meta e senza aspettative, solo apertura e attesa.
Decidere le mete in Sri Lanka avendo un mese a disposizione pare una cosa facile.
Tutt'altro.
Lo Sri Lanka è costellato di cittadine, paesi, strade, anse, fiumi, colline, montagne, templi, rovine,persone da conoscere, persone che vogliono conoscerti.
Pronti???
Via......

domenica 9 settembre 2012

Ritorno a Krabi, ritorno a casa

Fine Gennaio qui arriva come la fine dell'estate, quando senti forte l'odore dell'autunno e vorresti rallentare il tempo.
Il nostro autunno si chiama impropriamente casa, più propriamente Italia.
Pochi giorni ci separano dal rientro e dal gelo che troveremo mentre qui ancora le giornate sono dolci come frutti maturi.
Le giornate che trascorrono lasceranno per sempre un impronta dentro l'anima, un'impronta che a tratti sarà forte e viva come una ferita e a tratti sembrerà dimenticata ma sarà sufficiente chiudere gli occhi per ritrovarla.
Le birre, i rhum al tramonto, le parole, gli sguardi, le cene perfette, i geki, la serata delle api impazzite che ci ha fatto chiudere precipitosamente le finestre, i percorsi in motorino senza meta, la dolce cadenza della lingua thailandese che sembrava ogni volta una carezza...quando assapori così intensamente la felicità sarai orfano per sempre una volta giunto a casa.
Penso che potrei vivere a Krabi senza problemi, appena fuori la confusione stagionale, vicino al parco che è circondato dal mare da un lato e dal monastero dall'altro.
Salutiamo il Baan Andaman con gli occhi lucidi per spostarci un'ultima volta a Koh Lanta e alle sue spiagge.
I giorni corrono e noi corriamo più forte, rallentando comunque il passo, per prolungare oltre il tempo il nostro essere qui.
La sensazione è quella di essere sulla rampa di lancio, pochi giorni e accenderanno i motori e questo luogo così rassicurante si allontanerà dietro l'oblò continuando ad esistere malgrado la nostra distanza. E questo mi dona forza: esiste, è esistito e potrà esistere ancora.
Soggiorniamo inizialmente all'Escape Cabins, un delizioso e piccolo resort costituito da 5 bungalow distanti pochi metri dalla strada principale con piscina e vegetazione.
La giapponese che lo gestisce è dura e impenetrabile, gentile ma distante.
La nostra camera è minimale ma elegante, di classe e gusto.
Passeremo pomeriggi infuocati a rivederci il Commissario Montalbano sdraiati sul letto e ci sembrerà di essere nel posto migliore del mondo.
I bagni a Phra Aae Beach saranno gli ultimi ma indimenticabili.
Spiagge abitate solo da paguri e scimmie timide che ci osservano.
Il mare di fronte a noi ci accoglie ogni volta con grazia e calore regalandoci al calare della sera i tramonti che non danno mai assuefazione.
Le notti stellate, la nostalgia che arriva mescolata all'odore di pneumatici bruciati, le corse in motorino a cercare spiedini succulenti nei barettini sulla strada da portare in camera come un trofeo di caccia inarrivabile, e sentirsi pieni di vita.
Vita.
Il 4 di febbraio rientriamo a Krabi, il 5 siamo a Bangkok per un paio di giorni, il 7 corriamo in autostrada sul taxi per l'aeroporto.
Dall'oblò un ultimo sguardo a quello che sembra essere stato un sogno ma noi lo abbiamo vissuto tutto.

lunedì 3 settembre 2012

Railay Beach_Sand Sea Resort

Abbiamo assaporato la visione dal mare di Railay Beach e dopo un soggiorno indimenticabile a Krabi il 22 di gennaio ci imbarchiamo al porto Chao Fa su una long tail per la penisola incantevole.
Viaggiamo a pelo d'acqua su quella che sembra più un guscio allungato che una barca ma ci divertiamo molto. L'aria e gli schizzi d'acqua ci ristorano.
Railay Beach è quello spazio che il mare ha lasciato a Est e a Ovest formando due mezzelune, potrei quasi dire lo spazio di pasta tra un cappelletto e l'altro.
Il Sand Sea Resort è direttamente sul mare, il nostro caldo e angusto bungalow è a pochi passi dalla spiaggia ed è dotato di verandina con tavolino e seggiole.
Passeggiare al mattino, quando ancora il sonno impera e le acque sono ritirate, regala un attimo di eternità. La bassa marea rende ancora più imponenti i roccioni che sbucano dal mare e la luce ci fa sentire in uno stato di grazia.
Il mare è una coperta che vira ai toni del verde ed è dolce farvi il bagno.
Visitiamo il minuscolo entroterra che Railay Beach può offrire e da bravi e impavidi esploratori non ci facciamo mancare praticamente nulla.
Tra le montagne ammassate al centro della penisola c'è un lago di acqua dolce che dall'alto credo possa sembrare un catino tra pareti rocciose impervie: partiamo in esplorazione.
Costeggiamo una strada ben pavimentata che ad un certo punto presenta sulla sinistra una salita ripida e pericolosa con corde agganciate qua e là.
La terra è rossa e scivolosa ma questo per noi è solo un dettaglio.
Pochi si avventurano e ci sentiamo dei piccoli pionieri.
Arriviamo in cima non senza fatica e pericolo e ammiriamo un poco terrorizzati il panorama che si presenta sotto di noi senza alcuna barriera di protezione.
Facciamo ancora qualche passo addentrandoci nella boscaglia e il sentiero comincia a discendere prima dolcemente poi con un grado di difficoltà che da principiante definirei 10 se 10 fosse il massimo.
Occorre calarsi tenendosi saldamente a radici che fuoriescono, rocce e qualche corda ben ancorata che qualche buon'anima ha lasciato.
Incontriamo un francese con la fronte sanguinante il che non ci tranquillizza per niente ma nemmeno ci fa abbandonare. Mi chiedi se ce la faccio, dopotutto è la mia prima scalata/discesa.
In realtà non ne sono così sicura ma la mia tenacia supera la paura.
Dobbiamo passare tra rami, strapiombi e strane aperture dove a malapena il mio minuscolo corpo passa ma proseguiamo e ci ritroviamo improvvisamente in una conca dove un albero dalle dimensioni incalcolabili ci obbliga ad una pausa di contemplazione.
La strada ben pavimentata sembra così lontana, i rumori sono attutiti da tutta quella roccia e terra e il sapore metallico della sfida è forte.
Proseguiamo e la discesa verso il lago è sempre più impervia e pericolosa.
L'ultima parete nasconde quello che solo l'occhio di chi si è avventurato può vedere: un lago trasparente al centro di un cono dalle pareti altissime dove solo pochi raggi di sole possono entrare facendosi breccia tra la vegetazione. Incredibile: siamo al centro del cappelletto e il suo ripieno è quanto mai affascinante.
Non c'è nessuno, solo il silenzio abitato della natura.
Improvvisamente dal lato opposto del lago sbucano dei ragazzi e scopriamo che è possibile raggiungere questo posto magico senza scalata. Tornare per la via più facile significa immergersi nel lago e camminare sul suo fondo limaccioso così decidiamo che dobbiamo, anche solo per principio, rifare la strada al contrario arrampicandoci questa volta per poi scendere.
Che avventura! The courageous hanno colpito ancora. Non esiste maggiore facilità nello scendere o nel risalire, ogni tratta rivela insidie che possono rivelarsi mortali a un solo passo falso, soprattutto senza la giusta attrezzatura. Non siamo agganciati che alle nostre mani e alle nostre scarpe da ginnastica, le mie per la precisione a suola liscia. Ma che soddisfazione tornare accaldati, sudati, sporchi di terra rossa sulla strada ben pavimentata percorsa da turisti annoiati in completo da tennis candido che ci guardano perplessi strabuzzando gli occhi.
Per premiarci affittiamo una canoa e ci avventuriamo nel mare, alla scoperta di grotte buie dove l'acqua è così cristallina che viene voglia di tuffarsi.
Dalla canoa vediamo pesci, meduse colorate danzare e un varano che si riposa in un anfratto.
Ci avviciniamo ad una spiaggia quasi deserta, parcheggiamo la canoa e ci regaliamo un bagno molto soddisfacente!
La noia che imperversa in questi resort alla sera la rompiamo trasferendoci al Last Bar su east Beach, l'ultimo bar sulla sponda opposta alla nostra, West Beach. Qui tutto è consentito, anche fumarsi in pace una canna sotto la luna sorseggiando rhum.
Il rientro dal Last Bar è epico: barcolliamo ridendo con evidente difficoltà a scendere i gradini della piattaforma di legno su cui abbiamo sostato ore in perfetto relax. Io ho paura di urtare la gente che incontriamo e tutto pende a milioni di km di distanza da me.
Riusciamo non so come a raggiungere il nostro bungalow ridendo di niente, come i bambini dell'India, e assaporiamo per una serata la assoluta libertà e la totale assenza di pensieri.
La Thailandia è magica o forse siamo magici noi.


domenica 2 settembre 2012

Krabi_nuove avventure_alla scoperta del frutto misterioso

Oggi l'avventura è di quelle che non si possono scordare.
Percorriamo impavidi la strada di collegamento tra Ao Nang e Krabi e ci perdiamo in una strada laterale che si addentra in una zona quasi disabitata fatta eccezione per qualche abitazione isolata qua e là.
E' proprio in queste rare abitazioni che notiamo nei cortili strani frutti ammassati di dimensioni notevoli.
Hanno l'aspetto e la forma dei tipici caschi di banane ma al posto delle banane hanno migliaia di bacche tondeggianti di colore scuro tendente al rosso.
La curiosità cresce quando incrociamo un camion con il cassone scoperto ricolmo di questi caschi.
Cosa sono e soprattutto dove li portano? In alcune abitazioni i caschi sono immersi in vasche piene d'acqua e la cosa ancora più strana è che non abbiamo ancora visto, nel nostro percorso, le piante da cui provengono.
Torniamo al Baan Andaman e tentiamo subito una ricerca su internet (qui tra le altre cose abbiamo il wifi gratuito). La ricerca non produce alcun risultato e la curiosità cresce.
Ripartiamo sul nostro motorino, decisi a risolvere il mistero costi quel che costi. Ormai è una questione di principio.
Ripercorriamo la strada che conduce a Trang e alle cascate ma dell'albero genitore nemmeno l'ombra.
Improvvisamente nella polvere appare un altro camioncino col cassone aperto e traboccante di caschi.
Per un attimo ho pensato al film "L'invasione degli ultracorpi" dove baccelli giganteschi nascondevano l'entità aliena.
Inchiodiamo sulla strada, giriamo il motorino e partiamo in una rincorsa epica del furgone e nella corsa ridiamo a pensare al povero autista che ci scruta preoccupato dallo specchietto retrovisore.
Fortunatamente l'inseguimento dura pochi kilometri e ci ritroviamo nel piazzale di quella che pare a tutti gli effetti una pesa pubblica.
Osserviamo il furgone che sale sulla pesa e ci avviciniamo al gabbiotto dove una signora che parla solo thailandese ci guarda divertita.
Non senza difficoltà tra le sue risate proviamo a spiegarle il motivo della nostra inaspettata visita.
Finalmente capisce e ci svela il mistero: i frutti sono infiorescenze di palma da cui ricavano l'olio di palma.
Da quel giorno tu sei ufficialmente lo scopritore dell'olio di palma e ovunque andiamo, ovunque andremo, tutti dovranno portarti rispetto.
Risaliamo sul motorino e dopo pochi kilometri di religioso silenzio, tu inchiodi, ti giri e mi guardi dicendo: ora la mia vita non ha più senso, ora che il mistero è svelato non ho più motivo di vivere.
Scoppiamo a ridere e concordiamo comunque sul fatto che terminata un'avventura è dura non averne subito un'altra in cui cimentarci!.
Ma non ci perdiamo d'animo, Krabi cela sempre qualcosa di interessante.
Il giorno successivo ci ritroviamo a seguire un cartello che indica una caverna visitabile ma una volta giunti a destinazione scopriamo che la caverna è in uno stato di abbandono.
Non esiste quasi più la strada perchè la natura l'ha inghiottita con cespugli e erbacce lasciando solo una vaga traccia che percorriamo in motorino con attenzione. Ci troviamo di fronte uno scenario surreale.
La fitta vegetazione non lascia quasi spazio ai raggi del sole e l'ombra perenne ha come allontanato anche i suoni eccetto per qualche cinguettio.
La montagna che abbiamo di fronte è aspra, selvaggia, vagamente carsica.
Un albero senza foglie ha un cartello consumato che invita ad entrare nella caverna usufruendo delle torce a disposizione agganciate ai rami da cordicelle colorate.
Lasciamo il motorino sotto alla pianta e ci avviciniamo alla montagna per scoprire che una passatoia in legno qua e là distrutta la percorre per tutto il perimetro consentendo di rimanere sollevati da un suolo che spesso è umido e scivoloso.
Bisogna prestare molta attenzione a non cadere dalla passatoia e ritrovarsi impigliati in rovi o buche così con molta pazienza, un passo dopo l'altro, facciamo scricchiolare le assi sotto i nostri piedi.
Alla nostra sinistra la montagna con le sue aperture, squarci irregolari, bocche fameliche aperte sull'ignoto che possono anche condurre, per quanto ne sappiamo, al centro della terra; alla nostra destra grovigli di rovi, rami impertinenti dalle dita adunche che cercano di catturare i nostri vestiti; al centro un percorso ad ostacoli precario e dalle pendenze irregolari.
Improvvisamente il nostro binario compie un'ansa e rientra appena dentro alla montagna così abbandoniamo il legno per la roccia. L'apertura è ampia e altissima, una sorta di anticamera su cui si aprono almeno tre o quattro piccole bocche che si diramano nella pancia dell'altura. Provo un senso di vertigine al pensiero di cunicoli dentro cui perdersi, magari incastrarsi, all'insaputa del mondo là fuori, perchè qui tutto è abbandonato e desolato.
Un fruscio improvviso ci fa alzare la testa e solo dopo qualche minuto, il tempo che serve ai nostri occhi per abituarsi al buio, ci accorgiamo che il soffitto è abitato da grandi pipistrelli neri.
Decidiamo di ritornare sul binario e di percorrerlo fino a che ci è possibile. Camminiamo nel silenzio, notando qualche impronta di mani sulla roccia, frecce disegnate per segnalare una direzione, residui di falò.
Questo posto da i brividi e lo lasciamo poco dopo per tornare alla luce.
Ci sentiamo così tanto a casa che qui a Krabi abbiamo già battezzato i nostri posti preferiti.
In primis l'emporio dei libri. E' situato sul fiume ed è gestito da un signore di una certa età serio e silenzioso che quasi non vedi mentre ti perdi tra scaffali alti e stipati di libri, ordinati per lingua.
Inglese, francese, tedesco, finlandese, spagnolo, italiano, qui si può trovare veramente di tutto e il fascino che si prova prendendo tra le mani un libro che ha già vissuto ed è già stato sfogliato è molto strano.
Tutti questi libri sembrano orfani in attesa di adozione, hanno vita propria e proprio carattere, così puoi trovare timidi testi nemmeno sottolineati e irascibili tascabili gonfi di annotazioni.
Il cuore dell'emporio è dedicato ai libri, il resto è un caleidoscopio di vestiti orientali, sacche e borse di pelle, coltellini di ogni lunghezza e forma, oggetti strani e molte zanzare.
Ogni volta prima di entrare mettiamo l'antizanzare.
Poi c'è la cartoleria alla fine della strada, enorme, piena di scaffali dove ogni prodotto è ordinato e prezzato.
Il supermercato del piccolo centro commerciale non è allettante quanto quello di fronte alla cartoleria: buio, stretto, pieno zeppo di prodotti di ogni tipo, troviamo anche i sughi barilla e i detersivi nelsen.
Il mercato della frutta e verdura tiene una piazzola intera e aggirarsi sotto i tendoni è sempre un'esperienza: fiori recisi colorati, verdure fresche e cucinate, frutti interi o a pezzi in sacchettini chiusi e sigillati.
Alla sera il porto vecchio si anima di bancarelle dove puoi scegliere la tua cena e con un po' di pazienza si possono gustare prelibatezze. Le cameriere si litigano i clienti e si azzardano a servirli anche in tavolini che fanno parte della concorrenza, tra le ire delle cuoche.
Mai un litigio che va fino in fondo, si mettono d'accordo e tutti sono contenti, clienti e commercianti.
Krabi sarà sempre casa.

venerdì 31 agosto 2012

Krabi_passando per Railay Beach_prima parte di avventure

Lasciamo finalmente Phuket sotto un sole cocente che abbiamo voluto assorbire tutto sul ponte della barca Ao Nang Princess, a cavalcioni sulla ringhiera, lasciando ciondolare piedi e gambe su un mare di un'intensità che fa quasi male al cuore.
Il porto di Phuket è squallido e anonimo ma via via che ci allontaniamo attraversiamo tutte le tonalità delle acque in un crescendo di bellezza senza precedenti.
Ovunque si volga lo sguardo non siamo soli, la nostra rotta è tra rocce imponenti, scogli che come missili escono decisi dall'acqua ricoperti di vegetazione verde brillante, isolotti che paiono il dorso di balene preistoriche, poche fortunate barche a vela che solcano placide e orgogliose il mare, un catamarano dal portamento impeccabile e long tail a perdita d'occhio.
L'emozione che arriva avvicinandosi a Railay Beach fa parte di quei sogni che non riesci a raccontare e che continuerai a vivere con la memoria beandoti del piacere che quelle visioni hanno saputo provocarti.
Visioni che mozzano il fiato.
Non riesco nemmeno a fotografare ciò che vedo.
Montagne a strapiombo che nascono e muoiono nel mare, rocce piene di grotte e antri dove le acque vanno a nascondersi riflettendo il verde intenso della vegetazione, vertiginosi faraglioni e isole, coste, creste, lingue di spiaggia lunghissime e bianche.
Una goletta di legno scuro dalle vele rosse ondeggia luccicando.
Ma Railay Beach non è ancora la nostra prossima destinazione, per ora attraccheremo ad Ao Nang dove un mini van ci riporterà a casa, a Krabi.
Nel tragitto in auto sento di nuovo il desiderio intenso di fermarmi qui.
La strada che collega Ao Nang a Krabi è la strada che ripercorreremo mille volte ancora in motorino ed è una strada che amo per tutte le particolarità che cela e per tutte le emozioni che ci ha regalato.
E' qui che abbiamo incontrato foreste così rigogliose che nel tratto in cui la strada le attraversa la temperatura scende di qualche grado e l'umidità cresce a tal punto che ti sembra di entrare in una serra nebulizzata; in giornate particolarmente calde rallentiamo la nostra corsa nei pochi metri refrigeranti, godendo di quell'improvvisa escursione termica che ci ristora e ci fa desiderare di nuovo il sole e il caldo.
E' qui che una stretta curva avvolge una cresta rocciosa e altissima che a sua volta nasconde al suo interno un Buddha dorato reclinato; il Buddha della curva ci ha ammiccato dalla fenditura nella roccia molte volte.
Ed è qui che si diramano piccole strade senza nome che come piccole arterie pulsanti ci hanno portato nel cuore di centri abitati dove, ogni domenica mattina, si tenevano gare canore di uccellini.
In piazzole allestite con speciali tralicci dove appendere le gabbiette di legno numerate, si svolgono queste bizzarre competizioni e guai a fiatare, spesso il livello deve essere molto alto a giudicare dalla serietà con cui i proprietari degli uccellini partecipano alla gara.
Krabi e dintorni per noi è vita pulsante, è curiosità, è avventura e quello che doveva essere un breve soggiorno di un paio di giorni si è trasformato in un soggiorno di una settimana.
Abbiamo trovato un albergo grazioso e tranquillo, con stanze belle e attrezzate di ogni comfort a un prezzo ridicolo.
Il Baan Andaman è situato su una strada in salita appena fuori il centro di Krabi, in una zona tranquilla.
Alla sera ci intratteniamo spesso sul balcone seduti ad osservare la notte che arriva in compagnia degli immancabili geki a caccia di moscerini e zanzare. Di fronte a noi un boschetto fitto di piante nasconde la casa di un militare perchè poco distante c'è una caserma. Lo vediamo tornare dal lavoro aprire il cancello e accogliere il cane giallo che lo saluta con salti felici. Sono scene semplici che fanno bene all'anima e ci strappano ogni volta un sorriso.
La colazione è servita nel patio a piano terra ed è abbondante e gustosa, quello che ci vuole per prepararci alle nostre avventure della giornata. E quando rientriamo a pomeriggio inoltrato troviamo sempre in camera una merenda  diversa: una ciotola di dolcetti alla banana, fettine di torta alla frutta o al cioccolato, piccole banane dolci. Quando non abbiamo voglia di uscire a cena, la cuoca (una simpatica signora che ci accontenta anche a orari inconsueti con sublimi patatine fritte) ci prepara pasti indimenticabili.
Torneremo di nuovo al Baan Andaman durante i nostri spostamenti e potete immaginare il perchè.
A Krabi ci muoviamo per lunghi percorsi in motorino per raggiungere mete che spesso ci hanno fatto assaporare la fatica, come il Wat Tham Suea, un tempio raggiungibile solo percorrendo oltre 1600 gradini in pietra ripidi e abitati da scimmie dispettose.
La salita è impegnativa e richiede diverse soste ma una volta giunti a destinazione il panorama è incredibile. Varcato l'ultimo gradino appare un Buddha gigantesco visibile anche da lontano ma solo stando direttamente ai suoi piedi è possibile capacitarsi delle sue incredibili dimensioni. La sua figura si staglia nel cielo limpido e troneggia sulla foresta sottostante. In distanza si può scorgere a Sud l'ansa del fiume che bagna Krabi e il mare, a Nord l'entroterra con le sue montagne bizzarre e la vegetazione.
Le scimmie sono libere e non temono affatto la nostra presenza, si avvicinano impertinenti e se capiscono che hai nella borsa qualche banana  non esitano ad allungare la mano (perchè è di mano che si tratta!) per aprire la cerniera abilmente. 
Il dolore alle gambe che ci accompagna nei giorni successivi non ci preoccupa granchè ma ci fa solo ridere per le posture ridicole che assumiamo nello scendere le scale dell'albergo.
La prima sera al Baan Andaman abbiamo deciso di mangiare nel ristorantino a fianco, un locale aperto sui tre lati frequentato solo da gente del posto. Quale posto migliore per assaggiare i piatti locali?
Un tavolinetto di legno scrostato sul marciapiede, una Tom Yum squisita (una zuppa tipica thailandese) e poi il piatto forte: una pietanza piccantissima di bocconcini di maiale fritto e peperoncini rossi e verdi. Il tutto annaffiato da birra e whisky del posto. Il piatto lo abbiamo scoperto grazie a tre signori della PPFamily (gli zingari di mare) che chiacchierando e sorseggiando whisky con acqua e ghiaccio, ne mangiavano dei bocconi insieme a verdure fresche e croccanti. Foglie, pomodori e fagiolini crudi.
Quando ci hanno visto incuriositi hanno riso e ce ne hanno immediatamente offerto un assaggio senza troppe smancerie. 
Qui i rapporti umani non hanno molti filtri, sono semplici diretti e rispettosi.
Una delle più belle cene in assoluto, ma ricordarne una brutta è impossibile.
La visita alle cascate la ricorderai per il mio pianto disperato dopo averti perso tra le piante e i sentieri tra le rocce. Temevo fossi sparito nella foresta senza possibilità di ritrovarti in caso di pericolo perchè avevo io il tuo cellulare. Ma la ricorderemo anche per le rane, i ragni enormi dalle enormi tele, le sanguisughe, le grosse lucertole, le iguane, le farfalle mai viste prima e le cicale grosse quanto un'albicocca.
Ogni giorno un'avventura, ogni giorno un'emozione, ogni giorno la vita che si rinnova forte e intensa.


martedì 28 agosto 2012

Alla ricerca di una barca in mezzo al mare in un mattino burrascoso

E' il sette di dicembre del 2009, siamo in Thailandia ormai da un mese e abbiamo di fronte a noi ancora un mese di avventure.
Ci imbarchiamo per Phuket e la pioggia fitta che cade sul porto di Koh Lanta scolora ogni cosa.
Usciamo dal porto "a vista" tra pioggia battente, nebbia e mare che diventa via via più mosso.
Siamo costretti a stare sottocoperta con i finestrini che perdono acqua e che ogni tanto si aprono violentemente per il vento e le onde.
Hanno messo un bidone di plastica giallo sotto il gocciolare persistente del tendalino che dovrebbe proteggerci dalle intemperie e i nostri bagagli, benchè protetti dalla guaina antipioggia, si stanno inzuppando.
Prendiamo il mare sfidandolo come si fa con la vita.
Faremo un cambio in mezzo al mare prima di raggiungere Koh Phi Phi e proseguire per Phuket ma le premesse non sono buone, sfioriamo le long tail dei pescatori che ondeggiano come gusci sulle onde e non vediamo al di là della bandierina a prua della nostra barchetta, ma tutto sommato siamo tranquilli.
Penso che se proprio la mia vita deve terminare ora, non esista luogo migliore e cioè in mezzo al mare della Thailandia con il sorriso sulla faccia.
Seduti come anguille bagnate che tentano di non scivolare ad ogni sobbalzo dal sedile rigido di plastica, navighiamo verso il centro del temporale e qualcuno comincia a dare i primi inevitabili segni di nervosismo facendo inutili e insistenti domande al personale di bordo, costituito da tre ragazzotti tutto fare, il capitano al timone e una signora di mezza età che ha tutta l'aria di comandare e sovrintendere tutte le operazioni.
Gli zingari sono gente di mare, credo imparino a nuotare ancora prima di camminare e la loro proverbiale abilità a destreggiarsi in queste acque non mi crea alcuna preoccupazione, tutt'altro.
Non vedo strumentazione di bordo particolare, non vedo cioè navigatori satellitari o radar ma solo l'occhio attento e vigile del capitano e dei suoi addetti.
Scrutano l'orizzonte, si fanno segnali e cosa vedano e come facciano a orientarsi in quella totale assenza di visibilità, ancora oggi non me lo spiego.
Portare una barca a vista in mare aperto in queste condizioni ha del resto i suoi rischi. Si può perdere "la strada". Ed e' così che forse ci siamo ritrovati a girare in tondo tra onde alte più di due metri con l'equipaggio in evidente stato di concitazione.
Non si trova la barca, non sappiamo dove siamo e non sappiamo se loro, l'equipaggio, sa cosa fare.
La situazione ha un che di divertente e non so perchè. 
Alla fine compiamo dei giri in tondo e la barca o nave fantasma non appare.
L'unica persona che non ha perso il controllo e incita i suoi uomini a da farsi è la signora thailandese.
Impartisce ordini, va avanti e indietro sul sottile corridoio esterno della barca senza mai avere un cedimento e sembra sapere esattamente quale decisione prendere.
La barca non la troviamo perchè non c'è, scopriremo che ha scelto un approdo sicuro anzichè rischiare di cozzarci contro in mezzo al mare e ha scelto bene perchè non è una barca ma una nave.
Si decide quindi di raggiungerla nella baia di Koh Phi Phi dove la vegetazione intensa e livida arriva fin sulla spiaggia e nonostante le condizioni metereologiche avverse ci lascia senza fiato.
Facciamo un cambio imbarcazione tra i flutti violenti della baia inzuppandoci d'acqua fino al midollo e imbarcandoci su una grossa nave già stipata.
Proseguiamo per due ore rimanendo in piedi tra il continuo via vai di turisti che non riescono a darsi pace. Siamo in mare, c'è una tempesta, state tranquilli al vostro posticino e tutto sarà più agevole. Ma no, l'impazienza occidentale deve prevaricare sul buon senso, come sempre.
Arriviamo infine a Phuket, dividiamo un taxi (quasi introvabile) con un arzillo inglese e giungiamo finalmente all'Andakira Hotel, bella struttura con piscina dispersa ai margini del centro e immersa in cantieri di nuovi alberghi in costruzione.
Ma il nostro soggiorno a Phuket è breve, la meta non è delle più allettanti se non per dovere di conoscenza.
Qui si viene per illudersi di essere amati, di divertirsi, di essere felici, una sorta di paradiso artificiale dove con il denaro costruisci il tuo piccolo mondo illusorio.
Prostitute di ogni età e bellezza, lettini con ombrelloni e pedalò su una spiaggia che ha conosciuto momenti migliori, negozietti commerciali che vendono cineserie a caro prezzo, ristoranti che di thailandese non hanno nulla nemmeno il nome, Phuket è un'isola di divertimenti per occidentali stanchi, annoiati e pigri.
Ma come sempre penso che c'è un posto al mondo per tutti e i settantenni che si aggrappano a piccole thai che dondolano dai loro improbabili tacchi alti promettendo amore e fedeltà in cambio di denaro non sono giudicabili nemmeno da chi non ha mai pensato di ritrovarsi vecchio solo e bisognoso di carezze.
La vecchiaia non arriva con l'età, ma con la dimenticanza e qui si ha l'illusione, per un attimo che dura una vacanza, di poter essere ricordati.