lunedì 19 ottobre 2015

Avviso ai naviganti di Torino

Naviganti di Torino o giù di lì, non perdetevi questa presentazione


parliamo del
10 di novembre alle ore 18.30
presso la Libreria Arethusa
in quel di Torino
Via Giolitti 18

Chè gli scrittori, quelli veri, tra di loro si danno una mano;)

Baci spudorati a tutti voi che parteciperete!



sabato 10 ottobre 2015

Ottobre su Leggo Tenerife

Ho dimenticato di avvisarvi che è uscito, anche questo mese, un mio intervento su Leggo Tenerife.
Eccolo:


Buona lettura!
E guardiamo avanti!



giovedì 8 ottobre 2015

Monta a pelo, ovvero la storia di un Venerdì

Eccomi.
Dall'isolamento prolungato di cui godo profondi e incommensurabili benefici, oltre a scrivere, sperimento, come mio solito, curiose attività e scopro storie di rara bellezza.
Venerdì ha 21 anni ma quando ne aveva appena 10 era così bravo, così intelligente e così abile che Mario, l'uomo buono che si prendeva cura di lui, gli disse: "Se mi arrivi ai 20 ti tengo per sempre".
Lui accettò la sfida e la vinse.
Venerdì è un cavallo di razza bardigiana, un tempo abituato a scorrazzare libero per i boschi, pronto a farsi cavalcare da Mario, che più che un padrone è stato ed è tutt'ora un compagno di vita.
In ogni locanda da questo lato della vallata c'è almeno una foto in bianco e nero di Mario, capelli lunghi e torso nudo, poco più che 30enne, al galoppo con Venerdì.
Un indiano e il suo stallone.
Ma qui le leggende le puoi toccare con mano e così succede di incontrarlo, questo Mario, con il suo sguardo vivace come certe sorgenti di montagna e dal sorriso puro come quello di un bambino.
E' lui che ci racconta di questo stallone nero come la pece e delle loro avventure nel corso degli anni su e giù per le vallate, alle mostre dei cavalli, in mezzo alla neve; la sua voce è un fiume in piena, ci racconta di quando Venerdì scappava a caccia di belle cavalle e di quando lo ritrovava chiamandolo per nome e lui appariva all'improvviso con un nitrito.
Ora è proibito tenere i cavalli in libertà, devono essere chiusi nei recinti. 
Mario non li conta più i recinti che Venerdì ha distrutto o saltato, ora sta cercando di farne uno resistente con pali conficcati in profondità e alto quel tanto da impedirgli di scavalcarlo.
Per il momento, ma ormai è più di un anno, Venerdì è chiuso in un doppio box che ha già sfondato una volta e cui ha già divelto le porte in diverse occasioni.
"E' uno spirito libero, è buono, ma quando sente una cavalla l'istinto è quello!" lo giustifica Mario.
"Lo volete vedere?"
Scopriamo così che la "detenzione " di Venerdì è aggravata dall'incapacità di Mario di liberarlo.
"Ormai sono tutto rotto, non riesco più a tenerlo e lui, quando esce, fa il matto! L'ultima volta son state due costole, per farlo uscire devo aspettare il maniscalco. Gli fa le unghie, lo fa sgroppare un po' e poi di nuovo in box."
Da vicino Venerdì incute soggezione, è nervoso, nitrisce, picchia con una zampa la porta che scricchiola, scalcia il muretto di cemento poi butta la testa, enorme, fuori dal box per baciare Mario.
"Eh vedi, è buono, io gli porto le pesche, le mele, il pane, ma di più non posso fare".
Così Venerdì è diventato un appuntamento quotidiano, arriviamo e lui ci riconosce, diventa sempre meno nervoso, si fa accarezzare il collo forte e muscoloso, mangia un po' di avena con le mele, beve 4 secchi di acqua fresca fino al prossimo "amico" che lo andrà a trovare.
Sono molte le persone che lo frequentano, qualcuno porta i figli, qualcuno va da solo e ci parla, come Mario e come noi.
Oggi avevo delle pere e qualche pezzo di pane secco, smontiamo dalla macchina e vediamo che non è da solo, un ragazzo gli sta parlando, da vicino.
Qui in montagna ci si saluta tutti, ci si guarda un po' di sottecchi, siamo stranieri, ma è una condizione cui siamo abituati. Ci sorride quando vede le pere.
"Venite spesso? non vi ho mai visti"
Parliamo un po', del più e del meno ma soprattutto di Venerdì.
"Io Venerdì lo conosco da 15 anni, è un...ma sì dai, è...è un amico, come Mario. Io addestravo cavalli, Venerdì è stato il migliore di sempre, ma ora non ho mai tempo, passo tutti i giorni ma di corsa, per salutarlo"
Ma oggi è diverso.
Oggi io ho sperato che lui avesse dieci minuti in più o che si dimenticasse dell'orologio, solo per una volta.
Stiamo per salutarci, si ferma nello sterrato, scuote la testa, torna indietro.
"Ma sì, sai cosa facciamo? io oggi lo tiro fuori, tanto Mario mica si arrabbia"
Venerdì deve aver capito, ci fissa in silenzio e rimane tranquillo.
Le porte sono bloccate da strati e strati di fieno pressato per evitare che le distrugga così il ragazzo scavalca, prende un badile e di gran lena comincia a liberare il passaggio poi mette i finimenti alla testa di Venerdì e ci avvisa di spostarci.
Ci aspettiamo che si alzi, che sgroppi, che fugga nel bosco ma lui, appena uscito, infila la testa nell'erba lasciandoci senza parole.
E' stato come se volesse risentire gli odori e toccare di nuovo la vita.
Tenuto con una corda il ragazzo comincia a farlo trottare in tondo e Venerdì nitrisce, divertito.
Non c'è nulla di più emozionante di rivedere qualcuno riassaporare anche solo per un attimo la libertà.
Il ragazzo ci guarda, sorride e se ne esce con un "chi vuole salire?"
Io sento un brivido che corre dalla testa e si ferma lì, alle ginocchia, facendomele tremare un poco.
"Salire? ma...io non so...e la sella?"
Il ragazzo ride, mi fa cenno di avvicinarmi.
"Ma che sella, Venerdì si cavalca a pelo, come gli indiani!"
Non sono una che si ferma di fronte a questi trascurabili dettagli, mi avvicino con il cuore a mille, appoggio un piede sul ginocchio di Gian, afferro la criniera di Venerdì, faccio un bel respiro e salgo.
Venerdì non si muove di un centimetro, si lascia accarezzare, io gli parlo dolcemente e ci facciamo un giro, tranquillo, quasi a condividere quel momento magico sotto al cielo più blu che ho mai visto.
Sento il suo respiro, il battito del suo cuore, i movimenti dei muscoli.
Quando lo facciamo rientrare nel box non protesta, è felice, beve il suo secchio d'acqua e tra la criniera folta vedo quello sguardo profondo, riconoscente, grato.
Ma siamo in due ad avere quello sguardo.
La vita, credo, vada cavalcata a pelo ed è l'unico modo per abbattere anche le barriere più invalicabili.


Quest'inverno Venerdì avrà un ampio recinto dove muoversi e trottare.
Io e mio marito contribuiremo con il nostro aiuto (mani che lavorano).



lunedì 7 settembre 2015

Aggiornamenti da luoghi ameni

Gli isolamenti, quando non sono forzosi, hanno un che di privilegiato con cui ci si bea 24 ore al giorno o giù di lì.
Non pensatemi china sulle sudate carte alla Leopardi né tantomeno dedita a scolarmi bottiglie di whisky nelle ore notturne davanti a pagine di word.
Le mie giornate, che cominciano comunque all’alba solo per il gusto di vederla colorare quella “v” che sta dietro casa tra le due montagne, si aprono con caffè che profumano un’aia ancora assonnata e fette di pane e marmellata casalinga, mentre sotto agli occhi scorrono le notizie del mondo.
Sugli alberi di noci una masnada di scoiattoli comincia la corsa mattutina ed è tutto un fremere di foglie e code, mentre i gusci vuoti rotolano a terra in un rumore secco che mette in allerta un gatto fuori misura.
L’aria è diventata fredda, aspetto che il sole arrivi nel prato per scendere con il mio tappetino e fare un po’ di yoga, accompagnata non sempre ma volentieri dal buffo cane che abita nell’unica casa di fianco.
Arriva, mi fissa sconcertato, si stira sulle zampe (del resto esiste una posizione che si chiama volgarmente cane che guarda in giù), tenta un approccio invadendo il tappetino e la mia faccia, poi se ne va a caccia di uccelli.
La parte più bella è la pseudo meditazione a (semi) fiore di loto con la faccia rivolta a quella “v” da cui il sole comincia a scaldare tutto.
Sì perché lì cominciano i grovigli e anziché liberare la mente come mi propongo ogni volta, succede che da un personaggio del libro io passi al nuovo argomento per l’articolo di Leggo Tenerife, non senza farmi domande per Luca Faccio, non senza programmare una passeggiata nel bosco in cerca di porcini e tassi fino a che mi viene in mente che potrei cuocere le lenticchie intanto che faccio una ricerca qualsiasi, una delle mille mila ricerche in cui mi vado a invischiare.
A proposito: lo sapevate che i tassi, oltre a essere di una bellezza sorprendente, scavano gallerie talmente organizzate da dedicare una stanza alla latrina e una alla camera da letto?
In particolare dedicano molta cura alla loro alcova, costruendo un giaciglio sollevato da terra con ramoscelli intrecciati e rivestito da muschio. Ché gli spifferi qui in inverno sono potenti!
Insomma, “meditazione” terminata scrivo.
A volte ho l’impressione di avere al posto della mente una mongolfiera che devo tenere a bada per evitare che voli via. Sì, mi distraggo, sono capace di farlo anche dentro una stanza isolata, con porta e finestre chiuse e nulla alle pareti, tranne il canovaccio del libro.
Quando è troppo mi alzo e vado nel bosco.
Non esiste nulla di più corroborante e di rilassante.
Ho almeno tre sentieri che faccio abitualmente, a seconda dell’umore.
In particolare ce n’è uno così silenzioso e protetto dove perdo la nozione del tempo.
Ad un certo punto in corrispondenza di una fonte naturale che sgorga dalla montagna, c’è una panchina o meglio un’asse di legno appoggiata su poche pietre.
Mi siedo e aspetto, sentendomi appena un po’ uno dei personaggi di Aspettando Godot, e lì, finalmente, libero la mente.
Ve lo dico: ho messo la parola fine.
No, non che sia finito finito, ma ho messo la parola fine.
Devo lavorare agli eventi, quelli centrali, ma soprattutto devo cominciare a distaccarmi e leggerlo da estranea che lo legge per la prima volta.
Piacerà? E qui, questo salto temporale, si capirà? mentre qui, rischierò di sollevare un polverone? 
Di fianco a me c’è sempre Dietro lo Steccato, lo guardo, gli dico: eh fortunello!
Poi vorrei già lavorare al terzo, perché un terzo esiste già, da anni.
Ma cos’è questa fretta?
Mi alzo dalla panchina, vado verso il rumore del fiume, via via diventa più intenso quasi da sentirlo a portata di mano ma invece è laggiù, sotto ad un salto di non so quanto metri, proprio dove comincia la frana.
Non vedo nemmeno l’acqua, vedo a malapena il letto che la contiene ma ne sento la voce potente.
Un po’ come per il nuovo libro.

E’ lì, ma ancora non lo vedo, non lo tocco.






mercoledì 2 settembre 2015

domenica 30 agosto 2015

A piedi nudi nel silenzio

Il tempo, quando non sono in movimento, è come un carretto da trascinare o da rincorrere, difficilmente da cavalcare.
A meno che non ci si ritrovi in una non dimensione, in una sorta di perfetto isolamento, un parapetto invisibile a tutti ma dal quale osservare e riflettere.
Ecco, solo in quel caso il tempo subisce dilatazioni e talvolta si contrae ma in una formula sconosciuta, che stordisce e rapisce insieme.
Sono in isolamento.
No, non carcerario né tantomeno sanitario.
Anzi, lo dirò meglio: sono in silenzio stampa.
Questa nuova condizione di esule in terra sconosciuta dove parlano una lingua ancor più sconosciuta, mi (ri)porta magicamente su quel parapetto, dove i fogli sotto alle mie mani si riempiono senza che io a volte me ne renda conto.
E meno male! aggiungo io.
Questo secondo libro borbotta, si addormenta, si sveglia di notte urlando o parlando ininterrottamente, mi spaventa, mi fa piangere e mettere in imbarazzo, mi assilla costantemente come il grillo parlante in Pinocchio.
E mettiamoci una parola fine che diamine!
Fosse facile, con tutto quello che succede, con tutti gli intrecci e i casini in cui si ficcano questi nuovi personaggi, ché poi fanno i chilometri e hai voglia a rincorrerli tutti, senza perderne di vista nemmeno uno.
A volte ho la tentazione di chiamarne qualcuno al telefono per chiedergli: scusa, ma dove sei andato? e soprattutto, cos’hai combinato? Ma senti una cosa, raccontami un po’ di questo viaggio…
e insomma, follie di questo tipo.
Ma poi non so chi chiamare, dovrei chiamare me stessa, quella me che si siede davanti al nulla e si fa passare questo nuovo davanti agli occhi scordandosi a volte di prendere appunti.
Insomma, tutte queste cialtronerie per dirvi che sono in pausa creativa, profonda, preoccupante a tratti.
Vivo di ricordi, anche quelli non miei, ma che sono comunque miei per la proprietà transitiva che ho stabilito con i miei personaggi.
Vago a piedi macinando chilometri, a volte con il brivido della paura di perdermi e di non riuscire più a tornare a casa.
Mi godo il silenzio di angoli nascosti, dove quasi il mio respiro fa troppo rumore, e mi siedo dove capita senza preoccuparmi di sporcarmi i vestiti.
Sbircio le notizie del mondo, trovando analogie preoccupanti, campanelli di allarme fin troppo evidenti da essere veri e tutto mi appare come un ronzio furioso, dove ogni tanto qualcuno alza la voce e tutti si girano a guardarlo per poi riprendere quel ronzio.

Come se nulla fosse.



giovedì 20 agosto 2015

(S)punti di vista

Il caldo ha fatto il suo giro di boa? siamo già pronti a rimpiangere il solleone in previsione di lunghe giornate piovose? o stiamo ancora lamentandoci di afa e zanzare?
Prendetevi cinque minuti, che siate sotto alle pale di un ventilatore o dentro al primo golfino della stagione.
Ieri sul blog del Dott.Luca Faccio è uscita una mia riflessione, la trovate qui:


Grazie come sempre a Luca e alla prossima!