martedì 18 novembre 2014

Tra il dire e il fare

Immaginate, quante volte avreste voluto essere irreperibili o semplicemente non esistere.
Telefoni che non funzionano (tenerli spenti non vale, prima o poi con una scusa vengono riaccesi), nessuno che possa raggiungervi (ma proprio nessuno, nemmeno in caso di emergenza), nessuna notizia dal mondo e nessuna possibilità di cambiare idea e di tornare alla reperibilità.
E' per questo che io amo tanto volare.
Provare il brivido del non luogo e del non tempo mi emoziona ogni volta e in questa occasione mi sono proprio tolta la voglia.
Il meditabondo soggiorno in Malaysia ha fatto germogliare in noi un seme che era lì, dimenticato da tempo; faceva capolino dalla terra asiatica di tanto in tanto, con assoluta discrezione e addirittura un che di nostalgico, come se appartenendo ai tempi andati non potesse più tornare.
Negli ultimissimi tempi poi la frequenza con cui si parlava o soltanto si nominava il Sud America stava aumentando in modo imbarazzante, fino a quando per un'occasione più che fortuita qualcuno ci ha nominato il Messico.
Con noi queste cose sono pericolose, non ci mettiamo molto a fare i bagagli, prendere un biglietto e buttarci nella vita. Questo è il nostro mestiere.
Così, "tra il dire e il fare" noi abbiamo fatto.
Chè le chiacchiere stanno a zero da un po' di tempo.
Abbiamo volato all'indietro nel tempo, letteralmente, viaggiando di notte ma una notte che non finiva mai, lunghissima, sospesi nel cielo nero illuminato solo dalle luci dell'aereo.
Saldi ai nostri seggiolini, abbiamo mangiato, bevuto, dormito, parlato, riso, guardato film, letto, scritto, come se la vita fosse tutta lì. 
Abbiamo avuto l'abilità di azzerare l'attesa e di rendere il presente la sola cosa possibile.
Non ho mai pensato per un attimo a come sarebbe stato, allontanarmi così tanto dall'Oriente e catapultarmi in un mondo completamente diverso, quasi agli opposti.
Eppure.
Eppure sono solo pochi giorni che calpesto il suolo (arido) messicano e provo quella bizzarra sensazione di esserci già stata, di ritrovare le cose come le avevo lasciate pur essendo la prima volta che sono qui.
Sono circospetta nelle mie riflessioni, in realtà osservo tutto e lascio depositare in un angolo nascosto di me.
Non mi lascio andare a facili entusiasmi, a parte per la meraviglia insindacabile dei paesaggi, delle spiagge, dei tramonti, della natura così dannatamente ostile eppure viva.
Eppure.
Eppure c'è un lumicino piccolo piccolo che si è acceso, laggiù, dove nascono le cose, e lasciamolo lì.
Potrebbe arrivare un vento forte e spegnerlo oppure potrebbe crescere fino a diventare un fuoco.
La nostra è ormai una corsa contro il tempo.
La lista di posti inaccessibili diventa ogni giorno più lunga, drammaticamente.
Adesso qui è sera, scrivo davanti ad un tramonto che non fa rumore, solo qualche cicala e il richiamo buffo di un geco.
Cosa sarà domani, come sarà, è futuro, è ignoto, è distante una lunga notte.





venerdì 14 novembre 2014

Pensieri da un grattacielo

Concedersi il lusso di oziare anche quando si è in giro per il mondo, senza per forza dover rincorrere metropolitane o fare code davanti ai musei, è un'esperienza impagabile, soprattutto se invece di essere in un albergo dai ritmi scanditi, si vive in un appartamento normale.
La tentazione di fingersi abitanti residenti, uscendo per fare la spesa o per portare le camicie in lavanderia, è forte e inevitabile, poichè queste azioni quotidiane devono essere comunque svolte.
Ma l'atteggiamento, quello che ti fa attraversare la strada come se fosse un'abitudine o che ti fa evitare di fissare le Petronas come se le vedessi ogni volta come fosse la prima, ecco, per quello esiste una predisposizione.
Del resto le lunghe soste in posti in cui ci sentiamo "come a casa" un poco ci trasformano i connotati, non così tanto da farci sembrare del posto, come quella volta in Sri Lanka in cui una guida di un parco mi chiese se ero locale, lasciandomi a bocca aperta.
Qui, a Kuala Lumpur intendo, viviamo al trentesimo piano di un condominio a due passi dalle Petronas e dal centro commerciale Suria, il che consente di uscire anche all'ultimo momento per una spesa veloce, un cinema, una commissione in posta o in banca, insomma una vera pacchia.
L'unico vero neo è l'insuperabile spavento che si prende ogni mattina, svegliandosi, quando ci si affaccia sorridenti alla finestra o al balcone dimenticandosi di essere ad un'altezza che smorza in millisecondo lo slancio energico alla giornata che inizia.
Va detto poi che la nostra camera da letto, con due pareti interamente a vetrata, è stata ricavata in un cubo che sporge dal grattacielo con una buona parte del pavimento quindi sul vuoto.
Insomma, per chi è nato nella bassa Padana è pur sempre un trauma...
Però, ecco lo volevo dire, queste altezze elevano i pensieri e mi spingono a sognare ancora di più, se mai ve ne fosse bisogno.
Svegliarsi al mattino, nel silenzio ovattato della città avvolta in una nebbia surreale, superare il trauma altezza e prepararsi un caffè che duri possibilmente il tempo della consultazione di giornali italiani, inglesi, americani, singalesi e malesi (chè bisogna restare informati!), seduti magari sul divano, predispone inevitabilmente al buon umore.
E' in quei momenti che nascono le idee come funghi dopo un temporale.
Sarà l'altezza, sarà il silenzio, ma la mente viaggia come se non ci fosse un presente.
Insomma, forse l'avrete capito che noi siamo già pronti per una nuova avventura......

da su a giù

da giù a su

...e di notte i fuochi d'artificio illuminano il cielo!




martedì 11 novembre 2014

Becchi e piume




Ci sono luoghi che meritano descrizioni prolisse, articolate, strutturate e ci sono invece luoghi per i quali sarebbe sufficiente una carrellata di foto minimamente accettabili.
Il Bird Park di Kuala Lumpur rientrerebbe nell'ultimo caso, una vera e propria oasi per gli uccelli che lo abitano, la maggior parte completamente liberi.
Raggiungibile via metropolitana o autobus, il Parco è appena decentrato rispetto a KLCC, tant'è che è sufficiente alzare la testa e vedere le Petronas in distanza, ma quelle, è noto, sono come il prezzemolo nello skyline di Kuala Lumpur.
Un sentito consiglio: è bene arrivare non più tardi delle 10 del mattino o il caldo opprimente vi schianterà al suolo, tra zampe di fenicotteri e becchi di pellicani, il che per alcuni potrebbe risultare simpatico ma vi garantisco che la reazione dei pellicani alle invasioni umane è alquanto imbarazzante (la cacca a mitraglia non piace a nessuno).
Di dimensioni decisamente più modeste del Jurong Park di Singapore e con un numero inferiore di esemplari, a noi personalmente è piaciuto di più.
Volete mettere la bellezza di passeggiare fianco a fianco, meglio fianco a ala, con un trampoliere che tranquillo e forse anche un po' annoiato non vi cede il passo nel vialetto?

Grazie ad un semplice ma geniale sistema di reti aeree spesso impercettibili, ci si ritrova dentro ad una enorme voliera dove la maggior parte degli uccelli è libera di scorrazzare in lungo e in largo.



Le reti sono assicurate qua e là ad enormi tralicci che fanno molto Jurassic Park e i diversi settori sono separati tra di loro da porte a doppio battente con bussolotto interno in modo da non mescolare aironi con pavoni o piccioni con tucani.
A proposito dei tucani: ma avete un'idea di quanto sono grandi?
Uno pensa ai tucani e subito ricorda i becchi gialli esagerati ma nessuno pensa mai alla loro stazza perchè per portare in giro un tale becco ci vuole il fisico!

e ci vuole fisico anche a reggerne uno, di tucani......

nell'immagine a seguire  notare lo sguardo completamente perso da totale godimento




Ho avuto un buon quarto d'ora di black out nel cervello mentre mi spupazzavo tucano e gufo; solo per il fatto di averne uno sulle ginocchia e uno su una spalla, il mio cervello ha fatto "click" e i gentili inservienti del Parco mi hanno dovuto letteralmente strappare i pennuti dalle braccia in un clima di generale imbarazzo.
Perchè io me li sarei portati a casa, per dire....
Esclusa a forza l'ipotesi "furto" al Bird Park, il gentile marito mi ha trascinato verso il settore dei pappagalli che non mi hanno mai entusiasmato più di tanto, ma forse perchè non mi sono mai ritrovata con un bicchiere di latte in mano in mezzo a loro......


Il colore rosso era "assordante" almeno quanto la voce stridula.
Rischiando le dita ogni volta che tentavo di accarezzarne uno, all'esaurimento del latte siamo usciti dalla zona pappagalli per vagare nel parco, perchè tante emozioni vanno poi compensate con un poco di normalità.
Fenicotteri, egrette, piccioni crestati giganti, struzzi ed emu ben chiusi dietro a doppie grate di sicurezza e finalmente, all'orizzonte, loro, i pellicani.

quello è un piccione, giuro
notare l'uomo somministratore di becchime sulla destra

eravamo quasi amici....

Gli immancabili pavoni hanno offerto un ricco spettacolo con la noncuranza di attori consumati:

DAVANTI


DIETRO

CHIUSO



Cascate artificiali, laghi con carpe koi, ponti sospesi su agglomerati di fenicotteri rosa, gruppi di ibis rossi come il fuoco e un raro pavone albino.
Il Bird Park di Kuala Lumpur è un luogo vivo e entusiasmante, io ci tornerei volentieri, magari con una borsa più grande, chè il tucano e il gufo insieme tengon posto.......
















mercoledì 5 novembre 2014

Eat, sleep, base jump, repeat!!

Cediamo facilmente alle imprese da brivido, non si può negarlo.
Amanti delle cause perse (ma solo per smentirle) e delle avventure bizzarre (che spesso troviamo normali), una volta saputo dell'evento dell'anno a Kuala Lumpur, abbiamo atteso con trepidazione "quel" giorno: il Base Jump dalla Menara Tower.
I base jumper sono arditi paracadutisti che decidono di lanciarsi da vette inconsuete quali precipizi naturali, gru, grattacieli, tralicci e ponti.
Nel caso specifico di Kuala Lumpur è dalla Menara Tower, la torre delle telecomunicazioni alta 421 metri, che base jumper di ogni nazionalità si lanciano da soli, in coppia o in gruppo in un clima davvero entusiasmante.
Pagando un biglietto di 179 ringit a testa (43 euro) si può salire e far ciondolare i piedi fuori dell'esiguo parapetto a 421 metri, opportunamente imbracati e assicurati a cavi di acciaio.
Ora, il fatto di essere imbracati non esclude, ve lo posso assicurare, il brivido di essere ad un'altezza realmente poco comprensibile per chi non è avvezzo a scalate o lanci, ma è solo una ovvia e indispensabile misura di sicurezza.
Dalla finestra del nostro appartamento li vediamo, questi puntini pazzi, attraversare lo spicchio di cielo come strani uccelli paradiso che, prima di toccare terra, spiegano ali colorate sopra la testa.
Arriviamo vicini alla torre e quei puntini diventano via via più grandi, sentiamo il fruscio del paracadute che si apre e le urla di chi incoraggia o elogia fino a che li incontriamo paonazzi mentre, a bordo di un motorino che li riporta alla torre, scalpitano per arrivare, salire e rilanciarsi ancora.
L'enorme fungo da sotto costringe ad un movimento che è già una vertigine: cioè se non fletti all'indietro completamente la testa non riesci a vedere la fine della torre, a meno che non ti sdrai sull'asfalto a faccia in su.
Il pubblico che ci precede nell'ultimo anello è praticamente invisibile da quaggiù e la cosa comincia a farsi un poco inquietante.
Entriamo, biglietteria, regali vari in borsina di tela da riutilizzare con una punta di vanto in Occidente, attesa ingannata da 15 minuti di cinema 6D (un'esperienza da rifare tutti i giorni: legati a strani sedili rigidi, indossiamo occhiali 3D e quando le immagini partono, parte tutto ovvero poltrona, vento, suoni, sensazioni e voliamo ridendo come bambini immaginando ma poi nemmeno tanto, di essere a bordo di uno di quei carrelli da miniera sulle rotaie dismesse in un canyon. E via con i saliscendi, i binari interrotti o attraversati da treni impazziti, entriamo in gallerie, cunicoli, sfidiamo altezze proibite, entriamo in corsi d'acqua e purtroppo, l'unico grande difetto, dopo soli 15 minuti tutto finisce) e finalmente saliamo in ascensore.
Prima sosta il punto di osservazione, all'inizio del fungo. Dietro ad enormi vetrate, ben al sicuro, possiamo ammirare da una notevole altezza il panorama di Kuala Lumpur, intervallato di tanto in tanto da qualcuno che piroetta o si lancia a missile da più in alto.
Pochi minuti, il tempo di qualche foto, e saliamo al punto di lancio.
Quando l'ascensore si apre sulla stanza dove gentili ragazzi provvedono alla tua imbracatura, si avverte subito quella sensazione di vuoto, pericolo e insieme vertigine stimolante che deriva non solo dalla porta aperta in fondo al corridoio senza grattacieli in prospettiva, ma anche e soprattutto da un silenzio strano, un coagulo di suoni rarefatti come quando nevica e tutto sembra dilatato.
Bene, qui la dilatazione è l'altezza, tutta quella che c'è tra noi e l'asfalto.
Imbracati a puntino ci fanno uscire sull'anello esterno che è separato dal parapetto da un vetro trasparente.
Una passerella dedicata ai base jumper finisce la sua corsa nel cielo e l'irrefrenabile quanto misterioso desiderio di percorrerla di corsa per lasciarsi andare nel vuoto, mi fa friggere per un attimo le ginocchia.
Per un attimo rimaniamo a fissarli, questi ragazzi e ragazze con scarpe da ginnastica, maglietta, casco e para ginocchia, dare uno sguardo giù, attendere il segnale, prendere la rincorsa e lanciarsi con entusiasmo.
Il nostro assistente se la ride, deve essere abituato all'espressione che fanno le persone quando vedono qualcosa di così innaturale eppure tremendamente affascinante.
"Volete andare fuori?"
Il fuori è oltre il vetro, scavalcando il piccolo parapetto per sedersi sull'esiguo davanzale di lamiera.
Se ci pensi su un attimo è finita, così rispondiamo sì con una enfasi che è più un auto incoraggiamento che una convinzione.
Ci accompagna oltre il parapetto con tranquillità, fissa il moschettone ad un cavo di acciaio sul quale può scorrere, un'ultimo controllo all'imbracatura e...via, nel vuoto.
La prima cosa che si fa è guardare giù, perchè non ti capaciti immediatamente di dove càspita sei finito.
Poi prendi tempo guardando chi si lancia, in attesa della sufficiente confidenza a sedersi sul davanzale.
Infine speri che i 45 minuti di tempo che ti hanno dato non passino mai perchè i tuoi occhi non si stancano di guardare i base jumper, le loro evoluzioni, gli atterraggi laggiù, lontano e speri che nessuno venga a farti tap tap sulla spalla per dirti che devi rientrare.
In realtà nessuno viene a chiamarci, probabilmente grazie alle poche persone che decidono di sedersi dove ci siamo seduti noi, così l'unico motivo per cui dopo più di un'ora decidiamo di rientrare è il sole, così forte e intenso che temiamo di aver preso una solenne scottatura.
Leviamo l'imbracatura, un ultimo sguardo al "fuori" tra le urla a perdersi di chi si lancia e poi via, in ascensore, con la porta che si chiude alle nostre spalle.
In un attimo veniamo privati di quella luce e di quel silenzio inconsueto che ci hanno fatto sognare e una volta a terra, riguardiamo in alto come se stessimo guardando ancora un sogno.
























PICCOLO SPAZIO PUBBLICITA'

Una sana auto promozione non ha mai fatto male a nessuno, così interrompo momentaneamente racconti e reportage per annunciare che finalmente la "creatura" è su Amazon 


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Grazie!!!!

p.s. di solito in queste occasioni sono doverosi i ringraziamenti ma vorrei evitare di annoiarvi con frasi melense da notte degli Oscar (e ahimè non sto indossando un vestito lungo nè reggendo un microfono, quindi..). 
In ogni caso sappiate che ho due genitori super, un Giacomo che fa editing come se non ci fosse un domani e io, insomma, me la cavo.
Chi? Mio marito?

  .............(cit.)
"Non voglio parlare di noi. E' come essere entrati in possesso di un tesoro nascosto.
Lo cerchi per tanto tempo e immagini il giorno in cui lo troverai e vorrai gridarlo al mondo..."


        

mercoledì 22 ottobre 2014

Andata e ritorno sul tetto di Kuala Lumpur

Il simbolo per eccellenza di Kuala Lumpur sono le Petronas, le torri gemelle costruite tra il 1995 e il 1998 e fino al 2004 le più alte del mondo.
Tanti sono i numeri che ruotano attorno alle Petronas, così tanti da far girar la testa:
- 32mila finestre
- 452 metri di altezza ciascuna
- 88 piani
- 29 ascensori per torre
- 13mila metri cubi di cemento armato di fondamenta a torre
e potrei continuare ancora per un buon numero di righe, ma a lungo andare i numeri annoiano.
A circa 172 metri da terra le torri sono unite da un ponte in acciaio e vetro che è letteralmente appoggiato alle due facciate e sostenuto da enormi tiranti di acciaio; la mancanza di una vera e propria giunzione fissa consente al ponte di adattarsi alle oscillazioni naturali delle due torri senza spezzarsi.
La pianta di ciascuna torre rimanda alla simbologia islamica, due quadrati ruotati a formare una stella inclusa in un cerchio.
Numeri e simbologia, un binomio affascinante senza dubbio.
Personalmente io le ho trovate sorprendenti.
Le Petronas ingannano.
Le vedi da sotto, pieghi il collo e l'occhio sale su su fino al pennone che svetta nel cielo e pensi che dopotutto non sembrano così alte. Gli altri grattacieli vicini, e parliamo di 30 o 40 piani di cemento, arrivano giusto a metà delle torri, eppure...ma siamo sicuri siano così alte?
Ma quando sali e ti fermi sul ponte sospeso (skybridge) a 170 metri e guardi giù, ecco lì cominci a riflettere che se gli autobus giù in strada sembrano mattoncini di lego colorati allora l'altezza è davvero importante.
Poi ti ricordi che non sei ancora in cima, anzi nemmeno a metà.
Procedi con un ascensore che è a tutti gli effetti una stanza chiusa sulle cui pareti è proiettato un finto cielo che scorre salendo di piano in piano, forse per rendere meno claustrofobica la salita; quando sul display al "ding" leggi 86 e le porte si aprono, uscendo tu vedi dai finestroni il pennone dell'altra torre proprio di fronte a te, quel pennone che forava il cielo quando lo guardavi da giù, e ecco lì, la cosa, si fa davvero seria.
I mattoncini lego sono diventati puntini che vedi giusto perchè è sera e hanno acceso i fanali; del resto le persone non le distingui più e perfino gli alberi sono macchie indistinte verdi.
Sembra di guardare un plastico che riproduce una città e nel silenzio ovattato di questa stanza ottagonale che salendo si è rimpicciolita, guardi la torre gemella proprio di fronte a te e cominci a capire che quei 452 metri sono ingannati da una struttura slanciata e aerea ma sono effettivamente reali.
Le Petronas sono sempre presenti.
Ti sposti con la metropolitana, con l'autobus, con la monorotaia, con il taxi, con il treno e ti sembra di aver percorso tanta strada, ti ritrovi in quartieri periferici di Kuala Lumpur dove le baracche e le vecchie case in legno ancora non sono state sostituite dai grattacieli.
Ma dietro alle spalle senti una presenza, ti giri, guardi all'orizzonte e loro sono là, a darti il punto di riferimento in mezzo al brulichio di una metropoli.
Le Petronas sono eleganti.
Sotto al sole cocente, con la pioggia e tra i fulmini, nella nebbia di certe mattine burrose, ti strizzano l'occhio nel loro vestito elegante, mai sgualcito, sempre perfetto.
E quando arriva la sera si illuminano discretamente, con la classe che hanno certe donne veramente belle, consapevoli che non hanno bisogno di trucchi e inganni per fare colpo.
E non ti stanchi mai di guardarle, respiri il futuro, avverti la potenza mentale dell'uomo che le ha progettate.
Certe sere io le guardo, chiudo gli occhi e mi sento un po' in Metropolis, un po' in Blade Runner, poi riapro gli occhi e mi dico semplicemente che sono fortunata ad averle per un po' di fronte a me.
Salire sulle Petronas è molto più semplice di quanto pensassi.
All'interno di una delle torri, al piano interrato, c'è la biglietteria e un comodo display ti mostra gli orari delle visite e i biglietti rimasti a disposizione per la giornata in corso.
Non è possibile acquistare biglietti per il giorno successivo.
Il costo è di circa 20 euro a persona, occorre arrivare almeno con una decina di minuti di anticipo.
Noi abbiamo scelto l'ora del tramonto ed è stata un'ottima scelta, le luci della città e delle torri sono molto suggestive.
La visita è rigorosamente guidata e con tempi prestabiliti ma devo dire che i tempi pensati per ogni momento (il ponte sospeso e l'ottantaseiesimo piano) sono sufficienti.
Un ologramma prima di prendere l'ascensore fornisce qualche informazione tecnica e immerge il visitatore nel giusto clima futuristico.
Si sale a 170 metri e si cammina, devo dire con emozione, sul ponte sospeso, lo skybridge.
Essendo tutto a vetrate si può ammirare con tutta calma il panorama e fare foto.
La guida ci illustra il punto di finta giunzione tra il ponte e la torre che in realtà è solo un incastro libero che consente una notevole escursione in caso di forte vento o movimento improvviso di una o di entrambe le torri.
Fa un certo effetto, devo ammetterlo, pensare di essere dentro a questo tubo di acciaio e vetro "appoggiato" sul vuoto.
Si sale infine al piano 86, l'ultimo piano visitabile dal pubblico.
Una stanza ottagonale a vetrate e comode poltroncine ci accoglie quando il cielo è ormai scuro.
Plastici del progetto, targhe commemorative, immagini dell'inaugurazione e cannocchiali fissi davanti ad alcune vetrate sono gli unici arredi del piano, il resto lo fa l'incredibile panorama.
La reazione delle persone con noi è univoca: si parla sottovoce, con un timido rispetto o un'inconscia paura.
La discesa è altrettanto silenziosa ma quando si esce dalla torre e si guarda in alto avvolti dal trambusto della strada, si prova già un poco di nostalgia per quella stanza sulle nuvole.

dallo skybridge

a 170 metri su Kuala Lumpur

86esimo piano: vis à vis con il pennone gemello


e il mondo là sotto è un lontano confuso formicaio di luci e colori









giovedì 16 ottobre 2014

Kuala Lumpur, una città che cresce

Quando si vive per tanto tempo a contatto diretto con la Natura, dimenticando quasi gli orpelli e le comodità della vita moderna, nel momento stesso in cui si riassapora la grande metropoli si compie una balzo così brusco che è quasi come chiudere una porta alle proprie spalle e aprirne un'altra.
I due mondi sono compartimenti stagni e immancabilmente ovunque ti trovi sentirai la mancanza di dove non sei.
A Kuala Lumpur ci si sveglia senza il cinguettio insistente degli uccelli e il richiamo potente delle scimmie, non prendi il caffè osservando il passaggio discreto di un varano nel giardino e non ti abbandoni a passeggiate romantiche su spiagge sterminate al calar del sole.
A Kuala Lumpur bevi il caffè con lo sguardo che fa lo slalom tra grattacieli che di così alti non ne avevi mai visti tutti insieme, apri gli occhi con il sottofondo lontano del traffico grazie ai vetri robusti delle finestre che ti fanno sentire un po' un pesce nell'acquario e la tua resistenza alla passeggiata è di un'ora prima di desiderare furiosamente di entrare in un refrigeratissimo centro commerciale dove, anche senza comprare, ti tufferai senza ritegno alcuno nel dimenticato mondo del consumismo.
Per anime inquiete e mai ferme come le nostre, i repentini cambiamenti sono essenziali, sono lo stimolo al pensiero e all'ideazione, sono la sveglia al troppo dormire.
Ci aspettavamo Kuala Lumpur come un grande villaggio dove, ai piedi delle famosi torri, una distesa di vecchie case e macchie di foresta la fanno da padrone.
Non che avessimo una gran preparazione aggiornata in merito, devo essere sincera, ma quando si parte per una destinazione sconosciuta è come incontrare una persona con cui ti sei scambiato lunghe lettere ma solo con il pensiero.
In realtà Kuala Lumpur oggi è una pulsante metropoli in divenire; lo tocchi con mano dal numero di grandi cantieri dove le fondamenta possono contenere un intero quartiere, dalla qualità delle costruzioni appena terminate, da quella sottointesa progettualità che percepisci quando per andare da un quartiere ad un altro (coprendo distanze kilometriche) hai a disposizione il walkway, un geniale tunnel refrigerato sopraelevato che ti fa camminare senza fatica e ti accorcia magicamente le distanze.
Giusto fuori dal centro ritrovi le casette, qua e là, e qualche macchia di foresta ma Kuala Lumpur si muove veloce e presto tutto verrà riassorbito in quella che diventerà una moderna e futuristica città.
Non si parla di cementificazione folle e di abbattimento di polmoni verdi essenziali bensì di futuro, progresso, pulizia, ordine.
Spesso nel progresso, ahimè, non esistono mezze misure, un paese se rimane rurale rinuncia alle comodità e se evolve in metropoli dimentica la semplicità.
Esiste semmai, ed è questo il difficile da realizzare, una progettualità razionale e rigorosa che se da un lato garantisce il progresso dall'altro lo fa con il minor impatto possibile.
In una parola: Singapore.
A Singapore, che io amo tanto, dall'alto dei grattacieli puoi scorgere intere macchie di foresta così fitte da non riuscire a vedere la strada che le attraversa, i cittadini sono stati educati a non lasciare rifiuti in giro, il rispetto civico e una dura ma efficace repressione degli atti criminosi mi consente, io donna, di girare anche alle 4 del mattino da sola senza avere il minimo problema.
Queste dovrebbero essere le metropoli del futuro, dal momento che non è possibile per l'uomo, per sua natura, tornare alla primitiva semplicità rinunciando al progresso.
Fino a che questo meccanismo funzionerà, l'unica strada possibile a mio avviso dovrebbe essere questa che è un po' come dire "limitiamo i danni e facciamo tutti contenti".
Onestamente credo che prima o poi, e il poi ormai sarebbe da omettere, arriveremo allo stop obbligato che me lo figuro come quando stai correndo in macchina con la musica a tutto volume e improvvisamente finisci la benzina o il motore si grippa. Imprechi, prendi a calci la ruota come se potesse servire a qualcosa, ma poi prosegui a piedi.
A piedi.
Comunque, ho divagato molto.
Kuala Lumpur è interessante, sta vivendo la fase del trapasso quindi è probabile che tra un anno o due tutte queste considerazioni saranno superate.
I cantieri sono tanti e l'ordine con cui vengono amministrati lascia a bocca aperta.
I camion che vi lavorano e che trasportano fuori i detriti vengono lavati accuratamente prima di raggiungere la strada principale per evitare di sporcarla e questa la dice tutta.
La rete della metropolitana è ancora piuttosto carente ma devono completarla e quella che c'è funziona, è veloce e puntuale con vagoni puliti e nuovi; su alcune tratte hanno fatto i vagoni rosa per sole donne con bambini, dove i sedili sono disposti in modo tale che possono entrarci anche eventuali passeggini e carrozzine.
Non esiste quasi spazzatura in giro. Non esistono cassonetti, raccolta differenziata lasciata a marcire sotto al sole, cestini pubblici ricolmi mai svuotati. Il segreto credo sia in una buona amministrazione e in una corretta risposta del cittadino, tutto qui.
Prettamente mussulmana, con una piccola percentuale di induisti, Kuala Lumpur appare come una città tollerante.
Nei supermercati esistono settori "halal" (cibo per mussulmani ovvero privo di maiale e alcol) accanto alle normali scansie dove si può trovare di tutto.
In quasi tutti i negozi che vendono alcolici campeggiano avvisi in cui si precisa che è severamente vietato vendere ai mussulmani e ai minori di 18 anni.
Noi occidentali siamo visti con assoluta indifferenza; nessuno si avvicina a pressarci per proporci non so quale pacchetto turistico ma nel momento in cui chiediamo informazioni riceviamo in cambio una cortesia e una gentilezza sorprendenti.
Spesso parlano un ottimo inglese, oltre al malese e al cinese.
I cartelli sono in malese e inglese ed è curioso come molte parole malesi siano di derivazione inglese o italiana e vengano scritte esattamente o quasi come si pronunciano.
Restoran è il ristorante, pos le poste, teksi il taxi, bas il bus. Poi ovviamente cerchi l'uscita della metropolitana e di fronte all'unica scritta "keluar" capisci che forse è proprio lei, l'uscita...
Il simbolo per eccellenza della città sono le Petronas, le torri gemelli situate a KLCC Kuala Lumpur City Center.
E come non cercare di andare fino in cima?